Tre rinvii a giudizio per la morte del detenuto Simone La Penna

ROMA, 18 FEBBRAIO ’12 – Tre medici interni del carcere di Regina Coeli sono stati rinviati a giudizio per la morte, avvenuta per anoressia il 26 novembre 2009, del detenuto Simone La Penna. L’accusa per i tre è omicidio colposo. L’ordinanza del Gup del Tribunale di Roma, Nicola Di Grazia, è stata disposta nei confronti del dirigente del reparto della struttura sanitaria, Andrea Franceschini, e dei due medici che avevano in cura il detenuto, Giuseppe Tizzano e Andrea Silvano. Il giudice per l’udienza preliminare ha così accolto le richieste del pubblico ministero, indicando il prossimo 11 luglio come data del processo che si terrà davanti alla II sezione del tribunale monocratico. La parte civile sarà rappresentata dai familiari di Simone La Penna, 32 anni, trasferito nel penitenziario romano dopo essere stato in quello di Viterbo. Arrestato per detenzione di stupefacenti nel gennaio 2009, La Penna in appena un mese di detenzione aveva perso già 30 chili e quindi al momento del trasferimento la diagnosi era anoressia e vomito. Secondo l’accusa, i tre medici non sarebbero intervenuti predisponendo le adeguate cure né avrebbero provveduto a chiedere il trasferimento del 32enne in una struttura più idonea al suo stato di salute. Nel mese di giugno Simone La Penna era stato ricoverato all’ospedale Sandro Pertini proprio per via del suo stato di denutrizione ma, dopo pochi giorni, venne riportato in cella. Gli avvocati della famiglia avevano chiesto i domiciliari vista l’incompatibilità delle condizioni di salute del giovane con lo stato di detenzione, ma a novembre La Penna è deceduto, proprio pochi giorni prima della morte di un altro detenuto, Stefano Cucchi, avvenuta anch’essa nel medesimo nosocomio.

ELEONORA DOTTORI

D: Quale la pena prevista per omicidio colposo?

R: I medici rispondono di omicidio colposo, reato che si ha laddove si riscontri qualche negligenza negli interventi posti in essere: l’evento morte cioè non è voluto e si verifica unicamente per negligenza, imprudenza o imperizia, o per inosservanza di leggi e regolamenti . Più grave potrebbe essere una accusa per ’omissione d’atti d’ufficio, laddove si dimostrasse una volontaria “incuria” nei confronti del detenuto. Il Pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio (tra cui anche il medico)che rifiuta indebitamente di compiere un atto proprio della sua funzione che deve essere compiuto senza ritardo è punito con la reclusione da 6 mesi a due anni.
Ma questa è solo una ipotesi di scuola per ragionare insieme sui reati.

D: E’ possibile chiedere i domiciliari oppure il trasferimento in una altra struttura a causa delle condizioni di salute di un detenuto?

R: Il diritto alla salute è un diritto costituzionale che prevale su ogni altra finalità costituzionale tra cui anche lo scopo rieducativo della pena. Ma, ovviamente, l’ordinamento penitenziario prevede, nei casi di necessità, che il diritto alla salute venga contemperato con le previsioni di legge in punto di pena detentiva o misure alternative.

In carcere sono assicurate le cure mediche anche specialistiche (con visite da parte di medici “esterni”), e comunque è prevista la possibilità che il soggetto detenuto sia accompagnato di volta in volta in ospedale per sottoporsi ai necessari trattamenti diagnostici e terapeutici.

E’ previsto, poi, che in caso di persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano costanti contatti con presidi sanitari territoriali, il detenuto possa accedere alla detenzione domiciliare oltre i normali limiti di pena previsti, e cioè quando la reclusione anche residua non superi 4 anni.

Il codice penale prevede che, in caso di soggetto con AIDS conclamato o altra malattia particolarmente grave in stato così avanzato da non rispondere più ad ogni trattamento medico, per effetto della quale le sue condizioni risultino incompatibili con lo stato detentivo, l’esecuzione della pena possa essere rinviata.La stessa misura si applica in caso di donna incinta o di madre di infante inferiore ad un anno.

Per le stesse categorie di soggetti la legge di ordinamento penitenziario prevede inoltre che il Tribunale di Sorveglianza applichi, oltre ogni limite di pena, l’affidamento in prova o la detenzione domiciliare in luogo della detenzione.

Stesso discorso vale per le misure cautelari.

AVV.TOMMASO ROSSI

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