Torna l’emergenza immigrazione a Rosarno.

20130114-133805.jpg

14 GENNAIO ’13, ROSARNO – Tre anni possono sembrare vicini o lontani, a seconda delle sensazioni e delle situazioni. Oggi a Rosarno, il gennaio 2010 sembra vicino, pare si stia proponendo un déjà vu delle presupposti che si erano creati allora. Quella volta, si ricorda, nella Piana di Gioia Tauro, centinaia di lavoratori extracomunitari impegnati in agricoltura e accampati in condizioni disumane in una vecchia fabbrica in disuso ed in un’altra struttura abbandonata diedero vita ad una vera e propria guerriglia urbana (tafferugli, assalti a macchine, abitazioni, vasi e cassonetti dell’immondizia, terminati solo con l’intervento del commissario prefettizio Francesco Bagnato), scatenata dall’aggressione a due immigrati con un’arma ad aria compressa. Sicuramente, la volontà di ribellarsi e reagire alla loro condizione al limite del sopportabile covava da tempo nella colonia di lavoratori ammassati nella struttura di Rosarno ed era pronta ad esplodere alla minima goccia che avesse fatto traboccare il vaso.
Oggi, nel gennaio 2013, si ripete l’emergenza immigrati, giunti circa un mese fa a Rosarno: sono migliaia a vivere nelle tendopoli con una capienza di 250 persone, realizzate appositamente per l’accoglienza dei lavoratori stagionali.
Vi sono alcuni africani sparsi nelle campagne dove vivono in baraccopoli o nelle capanne di cartone, mentre 800 di loro occupano le tende nell’area portuale della zona industriale di San Ferdinando.
Queste persone sono arrivate in autunno e ripartiranno in primavera dopo aver raccolto agrumi a 25 euro al giorno. Qua, però, lo sfruttamento trova vie che forse nemmeno nella più schiavista America. Infatti, alcuni filantropi padroni hanno instaurato il regime del cottimo che premia ed incentiva la produttività: un euro a cassetta per i mandarini e 0,50 euro per le arance. Si tenga presente che ogni cassetta contiene 18-20 kg di raccolto.
Il reclutamento funziona così: nel pieno della stagione, lavorano tre o quattro giorni a settimana, a chiamata, versando 3 euro al caporale che li carica sul furgone all’alba. Quando non sono chiamati, girano in bici, fanno la spesa, gozzovigliano, cucinano riso e ali di pollo in bidoncini arrugginiti, bevono birra, si ubriacano e litigano tra di loro.
C’erano due immensi dormitori nell’area, che però non esistono più da tre anni: uno chiuso d’imperio ed abbandonato, un altro demolito. Tuttavia, dove si trovano ora ammassati gli extracomunitari è una favela ancora più raccapricciante: ci sono lamiere di eternit recuperate in qualche discarica-cimitero industriale e si rimpiangono gli scheletri di cemento e le pareti di ferro per alloggiare sotto un tetto di cellophane, cartone o plastica di risulta.
Come se non bastasse, dai vertici è arrivata la conferma della mancanza di fondi da destinare al problema Rosarno e le tende ora sono piene, riempite oltre il tollerabile, come nel 2010, le mense occupate come dormitori e i servizi igienici resi inservibili senza qualunque forma di manutenzione. Manca il posto, ma la gente arriva ancora: gli ultimi hanno cominciato a mettere su una baraccopoli con mezzi di fortuna ai margini dell’insediamento originario e così anche i bagni sono tornati a cielo aperto.
C’è uno stato di emergenza evidente e si attendono altre tende, cinquecento solo oggi.
Attualmente non ci sono avvisaglie di intolleranza da parte della popolazione e si auspica che il déjà vu sia solo a metà.
Rimane di certo, però, anche in assenza di tafferugli o guerriglia, una situazione incredibile e paradossale, che testimonia come in fondo non si sia fatto nulla per evitare il ripetersi di situazioni di disagio e probabilmente, considerando il momento che si sta attraversando, non ce ne sono stati davvero i mezzi questa volta.
Sono molte le domande che sorgono di fronte a questi episodi, non per forza collegate le une alle altre: cosa spinge gli extracomunitari a venire e a ritornare qui per essere trattati in questa maniera? Perché i padroni sfruttano così vergognosamente, in termini economici, il lavoro di queste persone? La disoccupazione è altissima in Italia: possibile che davvero noi italiani ci ostiniamo a rifiutare di svolgere mansioni che, pur essendo faticose, consisterebbero sempre in un’occupazione ed in una fonte di reddito, senza contare che potremmo usare la nostra dignità per far valere meglio i diritti di chi lavora, compresi quelli degli extracomunitari?
Riflettendo su queste cose, viene in mente poi come il ventenne nordafricano abbia molto in comune con il ventenne italiano, con la differenza che il nordafricano non ha genitori in grado di soccorrerlo, e come stiamo diventando simili a coloro che lasciano il loro paese per andare in Calabria a lavorare i campi. Basta guardarsi intorno: cassaintegrati, edilizia immobile, laureati senza lavoro, in 1600 per un posto da operatore ecologico e tanti ragazzi sotto i 30 anni che decidono di andare all’estero, non solo perché desiderosi di fare un’esperienza, ma perché dicono: “Che ci sto a fare qui? Che cosa posso fare qui?” e partono. A qualcuno va bene, qualcun altro, invece, si ritrova a fare il lavoro degli extracomunitari di Rosarno, extracomunitario in una fattoria dell’Australia, per esempio.
Noi residenti, cittadini viviamo la nostra emergenza e lo Stato, quando un giovane non ha la speranza di poter lavorare dove è nato, è uno Stato che fallisce ogni giorno. Se le cose non cambiano, un Paese così, a chi può dare garanzie?
MOSE’ TINTI

Print Friendly
FacebookLinkedIn

Leave a Reply