TorinoFF35 – Barrage, la recensione

di Alessandro Faralla (Responsabile Cultura e Spettacoli F&D)

Barrage

Nelle intenzioni di Laura Schroeder, autrice e regista di Barrage, probabilmente c’era il desiderio di far proprie modalità registiche e alchimie tra i personaggi dello straordinario Mommy di Xavier Dolan.
Il formato in 4:3 con cui è girato il film evoca chiaramente il titolo dell’enfant prodige canadese. Se lì, in mezzo alle donne, ai loro corpi e alle loro debolezze vi era un adolescente con disturbi psichici qui il cerchio è tutto al femminile.

Protagonista del contendere tra nonna e figlia Alba, un’adolescente con, pare, un talento per il tennis e una madre semi-sconosciuta che dipinge agli occhi dei suoi coetanei come una musicista sempre in viaggio. Dopo diversi anni di assenza Catherine ritorna, non per far la mamma nel senso più tradizionale, semplicemente per star vicino ad una bambina che  la vede, anche a causa del protezionismo con cui l’ha cresciuta nonna Zaza (cameo di Isabelle Huppert) come un’estranea.
Ha il piglio del cinema amatoriale, specialmente all’inizio, Barrage. Movimentato, frenetico con inquadrature sporche in cui personaggi e ambienti si mescolano senza una direzione. Una meta che la regista cerca di trovare altrove, nella natura, nei colori lucenti e rassicuranti di un autunno vivido.

Un tentativo di evocare una dimensione astratta che possa infondere ai comportamenti, alle parole chiuse, ai silenzi una profondità non riscontrabile all’apparenza. Nel farlo però Barrage non è mai sicuro dei propri mezzi, di quello che vuole dire e come intende mostrarlo. Emblema di tutto ciò musiche commerciali fuori dal tono del film.
Incapace di creare un sentiero di credibilità nelle relazioni tra le donne, la Schoreder mette in scena un’assimetria di emozioni e caratterizzazione stonate di figure impossibilitate ad essere coscienti di sé tanto da ripiegare nella forzata appropriazione dell’altro.

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