Stefano Cucchi morì dopo il pestaggio in cella: la perizia-choc verso la verità

ROMA, 28 GENNAIO ’12 – Una svolta importante verso la verità quella durate la ventiquattresima udienza per il processo sulla morte di Stefano Cucchi, il ragazzo romano fermato nell’ottobre 2009 per droga e morto sei giorni dopo, nel reparto carcerario dell’ospedale “Pertini”. Il processo vede come imputati principali i medici che seguirono Stefano e tre agenti della polizia penitenziaria. I primi, accusati di aver abbandonato il paziente senza cure adeguate; gli altri cui viene contestato il reato di lesioni, per averlo picchiato in una cella del Tribunale. Secondo la perizia-choc dei periti della famiglia, la morte di Stefano non è stata decesso naturale ma causato dai colpi ricevuti al viso e alla schiena in carcere e dalla successiva negligenza dei medici. I periti dei Cucchi contestano le conclusioni dei consulenti della Procura. “Finalmente arriva una spiegazione scientifica e ascoltiamo la verità – ha detto Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, autrice peraltro di un bellissimo libro sulla vita del fratello “Vorrei dirti che non eri solo” di cui ci eravamo occupati in un focus (http://www.fattodiritto.it/focus-diritto-cultura-“vorrei-dirti-che-non-eri-solo”-ilaria-cucchi-racconta-suo-fratello/ ). Durante il processo sono state proiettate le foto di Stefano Cucchi al momento dell’arresto, dopo la morte, sul tavolo dell’obitorio prima, durante e dopo l’autopsia. Foto-choc per una storia orribile. “Il giorno prima dell’arresto per droga, mio fratello era in palestra sul tapis-roulant, poi è successo quello che è successo”, incalza Ilaria Cucchi.

Le perizie contrapposte.

Mentre i periti della famiglia Cucchi – con a capo il dottor Vittorio Fineschi (docente di Medicina legale all’Università di Foggia) – ritengono che Stefano non morì per una fatalità, ma “per una serie di incontestabili eventi” e quindi il legale della famiglia Fabio Anselmo chiede che l’imputazione contro gli agenti della polizia penitenziaria sia trasformata da lesioni a omicidio. “Una radiografia - spiega il dottor Fineschi – ha certificato una frattura a una vertebra lombare e l’autopsia ha confermato tutto questo. Sono elementi incontestabili da cui nasce una convinzione: le lesioni subite da Cucchi sono intimamente legate al decesso. Con il passare delle ore la lesione alla vertebra ha alterato il funzionamento della vescica. In ospedale non ci si rese conto della situazione. Il catetere messo al detenuto finì fuori sede, le urine si accumularono”. Fineschi aggiunge che l’autopsia ha accertato un ristagno di urine di un litro e mezzo, “condizione che ha provocato un problema di circolo sanguigno e la morte”. Inoltre, tra le cause della morte di Stefano secondo lo specialista c’è un “edema polmonare acuto in un soggetto politraumatizzato in decubito coatto con quadro di insufficienza cardiaca”.

D’altra parte, la contrapposta tesi dei consulenti del pm (un pool di docenti dell’Istituto di Medicina Legale della “Sapienza” di Roma), i quali continuano a sostenere che le lesioni sul corpo di Stefano Cucchi non erano assolutamente fatali. Morì per negligenza dei medici che ne trascurarono le condizioni fisiche, debilitate da anni di tossicodipendenza. La frattura alla vertebra – secondo i docenti romani – risalirebbe a molto tempo prima in quanto si era formato un “callo osseo” e perché se ne sarebbe parlato in una vecchia cartella clinica.

La prossima udienza è fissata per il 9 febbraio.

TALITA FREZZI

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