Sport e integrazione: Tommie Smith, sul podio olimpico a pugno alzato

UN GESTO CHE CAMBIO’ LA STORIA E L’ICONOGRAFIA OLIMPICA

A volte le immagini parlano nella storia più delle biografie. Tommie Smith, in molti non capiranno dal nome chi è il personaggio della storia di oggi. Ma se vedete quell’immagine, Olimpiadi di Città del Messico, anno 1968, non un anno qualsiasi, due neri sul podio olimpico testa bassa e pugno alzato, non avrete dubbi.Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale olimpica dei 200 metri, mentre la bandiera americana sventolava sopra di loro nel vento di quell’estate messicana. A volte, come cantava Bob Dylan, è vero che la risposta è scritta nel vento. Thomas Smith, per tutti fin da piccolo Tommie, era nato a Clarksville il 5 giugno del 1944, settimo di dodici figli. Visse la povertà Tommie, e una terribile polmonite stava per portarselo via. Lavoro nei campi di cotone, il nero Tommie. Ma era determinato e voleva affrancarsi da quella vita da schiavo Tommie. Studiò, si iscrisse all’Università dove ottenne due lauree. E tanti record nello sport. Fino a quel magico pomeriggio di Città del Messico.
16 ottobre 1968. Nella finale olimpica dei 200 m piani Tommie Smith schiacciò gli avversari con uno straordinario 19,83”, primo uomo al mondo a scendere sotto il limite dei 20”. Sul traguardo bruciò l’australiano Peter Norman e il suo connazionale John Carlos con un record che sarebbe rimasto inavvicinabile per 11 anni, finché il nostro Pietro Mennea riuscì ad abbatterlo di undici centesimi, sempre a Città del Messico nel 1979.

Arrivò il momento del podio olimpico, come sempre. Inno nazionale americano, bandiera stelle e strisce. E due uomini neri sul podio, Tommie sul gradino più alto, a testa bassa e col pugno destro dritto verso il cielo, e Carlos, pugno sinistro, medaglia di bronzo.

Black Power, movimento di lotta per i diritti degli afroamericani negli Stati Uniti, Olympic Project for Human Rights, OPHR, movimento nato nel 1967 al fine di boicottare le Olimpiadi di Città del Messico.
Martin Luther King era morto poco prima di quelle Olimpiadi, ma le sue parole forti come pietre, i suoi sogni resistenti come lettere di bronzo avevano tracciato la strada che quel giorno i due campioni decisero di percorrere con un gesto che restò inciso negli occhi di milioni di persone.

Quel gesto provocò reazioni fortissime, sostegno e ammirazione, critiche e conseguenze. Come tutti i gesti che segnano la storia in modo non banale. L’allora presidente del Comitato Olimpico Internazionale Avery Brundage decise la sospensione di Tommie e Carlos dalla squadra statunitense e la loro immediata espulsione dal Villaggio Olimpico.

Ma la storia era ormai fatta. Quell’immagine scorre nei nostri occhi tutte le volte che nei nostri cuori risuonano le parole di “I have a dream” e tutte le volte che pensiamo quante strade dovrà ancora percorrere un uomo prima che possa essere chiamato uomo.

La risposta, con un pugno chiuso verso il cielo, sta soffiando nel vento.

TOMMASO ROSSI

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