Sport e diritti- Addio a Muhammad Ali, con la fede a pugni contro la malattia

La nostra storia di oggi non può che raccontare di due uomini, anzi di uno solo, con due nomi e così grande e grosso da poterne facilmente stendere due.

Cassius Marcellus Clay Jr., nacque a Lousville negli Stati Uniti, nel 1942.

Iniziò a frequentare la palestra vicino casa e la sua promettente carriera da dilettante culminò nell’oro olimpico a Roma 1960, nella categoria mediomassimi. Nel 1961 il passaggio al professionismo. La sua prima corona di Campione del mondo dei pesi massimi la conquistò nel 1964, a Miami, battendo per abbandono all’inizio dell’ottava ripresa il campione in carica Sonny Liston.
Il giorno dopo la conquista del titolo, nel 1964 Clay si convertì alla alla religione musulmana e cambiò il suo nome in Muhammad Ali. L’anno seguente si disputò la rivincita: fu uno degli incontri più discussi di sempre.
Dopo appena un minuto il campione del mondo Cassius Clay colpì l’avversario con un colpo di opposizione, apparentemente innocuo, “the phantom punch”, il pugno fantasma. Liston restò al tappeto tramortito, Clay lo invitava a rialzarzi consapevole che quel colpo non poteva averlo steso. Anni dopo Liston confessò che aveva perso volontariamente i suoi due incontri, truccati dalla Mafia che aveva deciso di scommettere pesante sullo sfavorito sfidante Cassius Clay. Senza sapere ancora che quell’omone lì sarebbe diventato il pugile più forte e amato di tutti i tempi.

Ali difese il titolo mondiale pesi massimi per otto volte, poi la sua carriera fu bruscamente interrotta dopo il suo rifiuto a partire per il Vietnam e difendere la nazione. «Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro“.

Tornò sul ring nel 1971 vincendo contro Jerry Quarry e Oscar Bonavena, poi venne sconfitto ai punti dal detentore del cintura dei massimi Joe Frazier, in quello che fu nominato “l’incontro del secolo”.

Dopo 10 vittorie, Ali conobbe la seconda sconfitta contro Ken Norton ai punti, ma sempre ai punti ebbe la rivincita. Di nuovo si trovò di fronte Joe Frazier, che nel frattempo aveva perso la corona. Il vincitore avrebbe sfidato il campione George Foreman. Vinse Ali, ai punti.

Nel 1974, a Kinshasa in Zaira, Muhammad Ali si riguadagnò la corona mondiale dei massimi battendo George Foreman, con una micidiale sequenza di colpi alla fine dell’ottava ripresa.

Il primo ottobre del 1975 Ali affrontò Frazier per la terza ed ultima volta. In palio il titolo mondiale e la definitiva sentenza su chi dei due fosse il più forte. L’incontro si tenne a Manila nelle Filippine e fu intitolato “Thrilla in Manila”, il più grande incontro forse di tutti i tempi.
Colpi su colpi, sangue, ferite, sudore, sofferenza, corde, punti di sutura, pubblico impazzito. E ancora colpi, fino alla quindicesima ed ultima ripresa. L’allenatore di Frazier gettò la spugna, ritirò il suo campione barcollante e stremato che forse avrebbe continuato a combattere fino alla morte. Così come Ali, in una nuvola di sudore e coraggio che solo la boxe di un tempo riusciva a creare.

Muhammad Ali volava come una farfalle e pungeva come un’ape. Questo di lui si diceva. Ma gli anni passano anche per i campioni e i tanti colpi subiti hanno un peso che si inizia a sentire con l’età. Le vittorie si fanno più sofferte, ai punti e ai punti arrivano anche le sconfitte. Nel 1978, Leon Spinks gli sfila la cintura dei massimi ai punti, ma Alì riesce l’anno dopo a riottenerla nella rivincita.

Subito dopo annunciò il suo ritiro.

L’uomo che non ha fantasia non ha ali per volare”.

Tornò sul ring nel 1980 per tentare di riconquistare il titolo WBC contro Larry Holmes, ma gettò la spugna alla decima ripresa. Il campione era stanco e vulnerabile.

L’11 dicembre 1981 salì per l’ultima volta sul ring contro Trevor Berbick, pugile non trascendentale ricordato solo per quell’incontro. Ali perse ai punti per decisione unanime.

Muhammad Ali, Cassius Clay, non c’erano più. In quel ring c’era un uomo lento, stanco, che a detta del suo allenatore era pure rallentato nella parola.
Stava iniziando, dopo aver schivato e ricevuto colpi su colpi, il match più difficile e duro, in cui fede e coraggio lustrano i muscoli più di sudore e rabbia.

La malattia, il silenzioso Morbo di Parkinson si stava facendo strada nel suo corpo segnato da anni di lotta. Nel 1984 la diagnosi ufficiale.

Ma Muhammed è sempre stato un combattente e la sua apparizione come ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta 1996- con quei movimenti faticosi e tremanti- stupì, commosse e stregò il mondo. “Dentro un ring o fuori non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra“. Il 9 novembre 2005 ricevette dal Presidente Bush la più alta onorificenza civile, la medaglia presidenziale della libertà.


Muhammad Ali ha lottato ancora, per anni, silenzioso come tanti uomini non famosi, contro la malattia, con coraggio, fede e passione, la stessa che metteva in ogni suo combattimento.

Purtroppo questa volta ha vinto su di lui la malattia, per lui è suonato il gong finale. Ma Muhammed fino alla fine non ha mai gettato la spugna.
“La spiritualità è riconoscere la luce divina che è dentro di noi. Essa non appartiene a nessuna religione in particolare, ma appartiene a tutti”.

TOMMASO ROSSI

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