Solitudine e malattia: madre uccide figlia schizofrenica a bastonate

BRESCIA, 30 DICEMBRE ’11 – Ieri, a San Polo, un quartiere popolare a sud di Brescia, si è consumata un’altra terribile tragedia familiare figlia dell’esasperazione e della solitudine. Una madre di 76 anni, Concetta Cottone, ha ucciso la figlia disabile a bastonate.
La vittima si chiamava Assunta Arcieri, aveva 49 anni, e fin da ragazza soffriva di disturbi psichiatrici: era affetta da schizofrenia, una malattia invalidante.
Da una prima ricostruzione sembra che la mamma abbia dapprima tentato di soffocare la figlia con il cuscino e poi abbia afferrato un manico di scopa con cui l’ha violentemente percossa fino a che non è caduta a terra esanime.
A dare l’allarme, verso le 11.30, la sorella gemella della vittima, anche lei affetta da problemi psichici. Concetta Cottone ha atteso accanto al corpo della figlia l’arrivo degli uomini della questura di Brescia e poi ha confessato loro: “Ero esasperata, ho perso il controllo”. Un raptus di follia quindi, arrivato dopo anni di cure, di sofferenza e di grande solitudine. Le tre donne vivevano infatti sole in un appartamento, ora posto sotto sequestro, all’ultimo piano di uno stabile di case a schiera di via Raffaello 194, a San Polo. E sopravvivevano grazie alla pensione di invalidità percepita dalle gemelle, da sempre accudite dalla madre.
Una famiglia attraversata dal dramma e dalla sfortuna quella di mamma Concetta. “Di sicuro non era una famiglia come tutte” ha raccontato un vicino di casa. La madre infatti era separata dal marito, nel frattempo deceduto, e negli anni ’80 aveva perso un’altra figlia, che si era suicidata impiccandosi ad un traliccio ferroviario.
L’isolamento delle tre donne era rotto solo dalla spesa della mattina, di cui si occupavano insieme. Sembra però che evitassero di intrecciare rapporti con il vicinato. “Abbiamo sempre aperto loro la porta – ha detto un vicino – ma non era loro intenzione entrare in relazione con noi”.
Venivano sempre a pagare le loro rate – ha aggiunto l’amministratore del condominio – era l’unico momento in cui riuscivo ad entrare in contatto con loro. Ma era difficile, erano molto scostanti”.
I vicini hanno assicurato di aver fatto delle segnalazioni ai servizi sociali, che non sarebbero però andate a buon fine. Una di quelle tante storie, questa, in cui i genitori lasciati soli dal sistema assistenziale non ce la fanno.

FEDERICA FIORDELMONDO

D: Di cosa sarà accusata la donna? Le saranno concesse attenuanti?

R: Di omicidio volontario, punito con la reclusione non inferiore a 21 anni. Il Giudice, nell’ambito del suo potere discrezionale di graduazione della pena, dovrà certamente tenere conto della situazione gravissima personale ed oggettiva in cui è maturato questo omicidio in famiglia, ed avere il massimo possibile di comprensione per la donna, a mio avviso un’altra vittima come la figlia di una situazione di solitudine e degrado.

D: Potrà invocare l’infermità di mente? In cosa consiste?

R: Sì, teoricamente sì. Nel nostro sistema penale è previsto che in caso di riconoscimento della totale incapacità di intendere e volere al momento in cui l’autore del reato ha agito, lo stesso venga dichiarato non imputabile con la conseguenza che non viene applicata la pena ma la misura di sicurezza del ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario. Nel caso, invece, di un riconoscimento di parziale incapacità di intendere e volere il soggetto risponde del reato compiuto, ma la pena viene diminuita.

D: Il giudice potrà riconoscere una totale infermità mentale ‘temporanea’ avendo lo stesso perito parlato di raptus? Cosa dice in merito il nostro sistema giuridico-penale?

R: In tema di imputabilità e di esclusione della stessa gli artt. 88 e 89 del nostro codice penale postulano l’esistenza di una e vera propria malattia mentale, ossia di uno stato patologico che incida sui processi intellettivi e volitivi della persona oppure di anomalie psichiche che, seppur non classificabili secondo precisi schemi medico-legali, risultino tali per la loro intensità ad escludere o scemare grandemente la capacità di intendere e volere dell’autore di un reato.

Pertanto, il raptus, chiamato anche “reazione a corto circuito” è una situazione spesso ricollegata a condizioni di turbamento psichico transitorio non dipendenti da una causa patologica bensì emotiva o passionale pertanto non viene considerato dal nostro sistema penale quale causa di esclusione o diminuzione della capacità di intendere e volere in quanto non è considerato un fattore in grado di diminuire o limitare la capacità di rappresentazione della realtà e di autodeterminazione di un soggetto

In ogni caso, qualora le c.d. reazioni a corto circuito risultino manifestazioni di una vera e propria patologia in grado di incidere negativamente sulla capacità di intendere e volere, l’imputabilità del soggetto autore del reato potrà essere esclusa oppure diminuita con le diverse conseguenze sanzionatorie anzidette.

D: Come è possibile che, nonostante le segnalazioni, non siano intervenuti i servizi sociali?

R: Purtroppo non sono in grado di dare una risposta a questa domanda che, a mio avviso, è la vera questione su cui interrogarsi. Dovrà essere il Comune ed i servizi sociali stessi, a fornire una risposta a questa, legittima, domanda.

AVV.TOMMASO ROSSI

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