Rapporti Stato-Mafia, Napolitano contro la Procura di Palermo

PALERMO, 17 LUGLIO ’12 – E’ scontro tra il Quirinale e la Procura di Palermo, per la vicenda legata all’inchiesta sui rapporti tra Stato e Mafia. Il capo dello Stato Giorgio Napolitano esprime dure parole nei confronti della Procura siciliana, per le decisioni che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato. Napolitano parla addirittura di “prerogative del presidente lese”. In una nota ufficiale diffusa dal Colle, il presidente incarica l’Avvocatura generale di rappresentarlo nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla Consulta. Il procuratore del capoluogo siciliano, Francesco Messineo ribatte. “Siamo sereni. Tutte le norme sono state rispettate”, mentre il pm Ingroia sottolinea che “se l’intercettazione non è rilevante per la persona che è sottoposta a immunità e lo è per un indagato qualsiasi, può essere utilizzata”. “Sono decisioni – spiega la nota del Quirinale – che il Presidente ha considerato, anche se riferite a intercettazioni indirette, lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione. Alla determinazione di sollevare il confitto, il presidente Napolitano è pervenuto ritenendo “dovere del Presidente della Repubblica”, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, “evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.
Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo riferendosi all’inchiesta sui presunti rapporti tra Stato e mafia, e alle possibili conseguenze del conflitto di attribuzione sollevato dalla Presidenza della Repubblica, sottolinea: ”questo fatto non influirà in alcun modo sui tempi della richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa”.
Le intercettazioni tra il Capo dello Stato e l’ex ministro Nicola Mancino sarebbero confluite nello stralcio dell’inchiesta sulla trattativa su cui indagano i magistrati di Palermo. ”Il problema- ha spiegato Messineo – è se è legittimo poterle fare”, valutazione che spetterà al gip.

Il nodo dell‘uso delle intercettazioni.

Secondo la tesi alla base dell’intervento del Quirinale, le intercettazioni cui partecipa il presidente della Repubblica, anche se indirette, ”non possono essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte”. Nel decreto con cui il Capo dello Stato ha promosso il conflitto di attribuzione ”a norma dell’articolo 90 della Costituzione e dell’articolo 7 della legge 5 giugno 1989, n. 219 salvi i casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione e secondo il regime previsto dalle norme che disciplinano il procedimento di accusa”. Nel decreto si specifica dunque che “le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il Presidente della Repubblica, ancorché indirette od occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione”. ”Il Capo dello Stato ha utilizzato il mezzo più corretto”, ha affermato il ministro della Giustizia, Paola Severino, a Mosca in visita ufficiale. ”Quello del conflitto di attribuzioni è un istituto conosciuto sul piano teorico e anche applicato almeno in un altro caso, quando il presidente Ciampi lo sollevò per l’interpretazione normativa in maniera di grazia- poi aggiunge – mi pare che il problema interpretativo sia tutto qui, ossia se l’intercettazione del capo dello Stato debba essere assoggettata ad un immediato procedimento di eliminazione oppure se debba essere valutata prima di essere filtrata in un’udienza apposita nella quale si deve decidere sull’eliminazione delle intercettazioni stesse”.

TALITA FREZZI

D: Quale il limite ordinario alla possibilità di disporre intercettazioni telefoniche?
R:
Il nostro ordinamento prevede all’art. 266 c.p.p. l’ammissibilità delle intercettazioni telefoniche, telematiche o di comunicazioni tra presenti (c.d. intercettazioni ambientali) qualora si proceda per delitti non colposi puniti dalla legge con l’ergastolo o con la reclusione superiore nel massimo a 5 anni e per una serie di reati individuati (quali il traffico di sostanze stupefacenti, i delitti di armi ed esplosivi, il contrabbando, la pornografia minorile e la detenzione di materiale pedopornografico, i delitti contro la pubblica amministrazione puniti con pena della reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni, i reati di minaccia, ingiuria, molestia telefonica, usura).
L’art. 267 c.p.p. prevede che il PM possa richiedere al Giudice per le indagini preliminari (GIP) l’autorizzazione a disporre le operazioni di intercettazione laddove sussistano gravi indizi di reato (di quei reati individuati) e l’intercettazione risulti assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione della indagini. Le intercettazioni sono autorizzate dal Gip con decreto motivato, oppure, in casi di urgenza, con decreto del Pubblico Ministero che deve essere comunicato entro 24 ore al Gip, il quale entro le 48 ore successive deve convalidarlo con decreto motivato. In entrambi i casi debbono essere dettagliatamente indicate le modalità e la durata dell’intercettazione, che non può superare i 15 giorni, salvo possibilità di proroga motivata dal Gip per periodi di 15 giorni.

 

D: Quali i limiti in caso di intercettazioni che riguardano il Presidente della Repubblica?

R: La nostra Costituzione all’art. 68 (come modificato dalle legge costituzionale n. 3 del 1993) prevede che senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun parlamentare può essere sottoposto ad intercettazioni in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni o a sequestro di corrispondenza. Tale particolare trattamento riservato ai parlamentari è giustificato, o meglio lo era nelle intenzioni originarie dell’assemblea costituente, dalle funzioni di rilievo costituzionale dagli stessi esercitate e dalla paura che le stesse potessero essere in qualche modo limitate.

Il Presidente della Repubblica, secondo l’art. 90 della Costituzione, non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per i reati di alto tradimento o di attentato alla Costituzione. Ipoteticamente solo per questi reati potrebbe essere indagato, e di conseguenza sottoposto a intercettazione, salvo ovviamente che per i reati compiuti all’infuori dell’esercizio delle sue funzioni (es. un omicidio). Qui però si tratta di una intercettazione indiretta, cioè il soggetto intercettato è un altro che poteva legittimamente essere intercettato. Si tratta, a mio avviso, piuttosto di valutarne l’utilizzabilità. Nei confronti del Presidente non sarebbero, ovviamente, utilizzabili, mentre nei confronti di altri soggetti sicuramente sì. Non reputo, invece, che andrebbero distrutte ora. Su questo, però, in effetti, non c’è una normativa chiara e sarà opportuno che la Corte Costituzionale si esprima ridefinendo i limiti, soprattutto, delle intercettazioni indirette.

D: Che cos’è il conflitto di attribuzione?

R: Secondo una legge del 1953, poi modificata nel 2008, quando sorge un conflitto sui limiti delle attribuzioni tra i vari poteri dello Stato, viene investita per la decisione la Corte Costituzionale, che risolve il conflitto sottoposto al suo esame dichiarando il potere al quale spettano le attribuzioni in contestazione e, laddove nel frattempo sia stato emanato un atto viziato da incompetenza, lo annulla.

AVV.TOMMASO ROSSI

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