Procedimento disciplinare per Ingroia: ha leso l’immagine della magistratura.

18 MARZO ’13, ROMA –  Dopo i misteri sulle sue funzioni come ambasciatore delle Nazioni Unite in Guatemala, i deludenti risultati elettorali e le polemiche per la sua presunta volontà di tornare ad indossare la toga di magistrato dopo la discesa in politica, non finiscono i grattacapi per Antonio Ingroia, leader di Rivoluzione Civile. Commentando la decisione della Corte di Cassazione di annullamento con rinvio della condanna a Marcello dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, aveva detto: “La mia cultura della prova viene dagli insegnamenti di Falcone e Borsellino. Quella del presidente Grassi non so”. Per queste parole, rivolte al Presidente della Quinta Sezione della Cassazione Penale, Antonio Ingroia è ora sotto procedimento. È stato il ministro della Giustizia Severino a chiedere al procuratore generale della Cassazione “di estendere l’azione disciplinare” lo scorso 7 marzo, accusando l’ex magistrato di Palermo di aver leso “l’immagine della magistratura”.

E non è la prima grana disciplinare: il procuratore generale della Cassazione ha già inviato al Consiglio Superiore della Magistratura un “atto di incolpazione” per Ingroia con l’accusa di “aver vilipeso la CorteCostituzionale e leso il prestigio e la reputazione dei suoi componenti”. Anche il quel caso Ingroia si era lasciato andare a dichiarazioni non gradite in alcune interviste sulla sentenza della Consulta che aveva dato ragione al Quirinale nello scontro tra l’ex pm dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia e il Colle.

Adesso, all’attenzione del Csm, sono portate le interviste rilasciate da Ingroia il 10 e l’11 marzo 2012, in cui aveva dichiarato, sempre in merito alla sentenza della Cassazione di annullamento con rinvio della condanna a Dell’Utri: “Ho la sensazione che la sentenza e il dibattito che strumentalmente ne sta scaturendo rientrino in quel processo di continua demolizione della cultura della giurisdizione e della prova che erano del pool di Falcone e Borsellino”. Aggiungeva poi Ingroia: “Mi sento alquanto sorpreso per questo esito perché conosco le prove che ci sono nel processo, ma non posso dirmi altrettanto sorpreso conoscendo la cultura della prova del presidente Grassi, che è totalmente lontana dalla mia”. Secondo il guardasigilli Severino, “Tali espressioni – si legge nel documento al Csm -, insinuanti e allusive, si sostanziano in un giudizio pesantemente offensivo per i magistrati autori della decisione, cui viene attribuita la responsabilità di contribuire a vanificare l’opera di ripristino della legalità iniziata dal pool di Falcone e Borsellino”. Inoltre, nell’esposto al Csm, si parla anche di un “gratuito attacco personale diretto a colpire la figura del dottor Grassi, cui viene attribuita, in modo del tutto fuorviante e gravemente scorretto, la paternità dell’esito della decisione e che viene additato come portatore di una cultura della prova di dubbia matrice e comunque lontana da quella di Falcone e Borsellino”. Un’esternazione che “non risulta avere riscontro nelle motivazioni, perfettamente in linea con gli orientamenti più rigorosi”.

Sulla base di questo ragionamento parte l’accusa per Ingroia di aver “agito in violazione dei doveri di equilibrio di riserbo e correttezza, avendo svilito agli occhi della pubblica opinione la dignità della decisione” e per averle assegnato “una funzione demolitoria delle nobili finalità di contrasto alla criminalità mafiosa attuata con i metodi ispirati a Falcone e Borsellino, alludendo che sia stata emessa sulla base di approcci culturali oscuri e non trasparenti”.

MOSE’ TINTI

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