Prima pagina choc de Il Giornale: Sallusti e lo pseudonimo per cui rischia il carcere

MILANO, 22 SETTEMBRE ’12 – L’ex direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, 55 anni, rischia il carcere per un articolo firmato con uno pseudonimo sulla prima pagina di Libero nel 2007, che gli è valso la condanna per diffamazione aggravata. E’ lo stesso quotidiano che oggi titola “Stanno per arrestare il direttore del Giornale”. Il giornalista rischia il carcere, una condanna pesantissima. Mercoledì la vicenda giudiziaria si concluderà davanti alla Corte di Cassazione.
L’articolo incriminato. Sallusti rischia per un caso scoppiato nel 2007, quando era direttore responsabile di Libero. L’articolo, corredato da commento firmato con uno pseudonimo, riguardava indirettamente un giudice tutelare, Giuseppe Cocilovo, tirato in ballo nella vicenda choc di una tredicenne che il Tribunale di Torino aveva autorizzato ad abortire, e che poi aveva avuto bisogno di un ricovero in una clinica psichiatrica per le conseguenze della vicenda, raccontata inizialmente dalla Stampa e ripresa poi il giorno successivo, con grandi polemiche, da alcuni quotidiani tra cui proprio Libero.

L’articolo con la cronaca della triste vicenda era a firma di Andrea Monticone, mentre il commento, firmato con lo pseudonimo “Dreyfus”, è quello che ha scatenato le polemiche. Tra le righe, con esagerazione, si scriveva “se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”. E sebbene non vi fosse il riferimento diretto del giudice tutelare del caso o non fosse riportato il nome, Cocilovo si sentì bersagliato e sporse querela, ritenendosi diffamato.

Lo pseudonimo. Lo pseudonimo “Dreyfus” è il riferimento al celebre scandalo di fine Ottocento in Francia. Da mesi quella firma compariva sotto ai commenti di prima pagina, suscitando curiosità e chiacchiere sulla vera identità dell’autore. Voci non confermate volevano che dietro a “Dreyfus” ci fosse Renato Farina, ex vicedirettore di Libero che lasciò l’Ordine dei giornalisti per i suoi documentati rapporti con i servizi segreti. Ma lo pseudonimo equivale a una non-firma, pertanto dei contenuti dell’articolo rispondeva per legge il direttore responsabile del giornale, che nel 2007 era Alessandro Sallusti (vi rimase fino al luglio 2008).

La condanna. Alessandro Sallusti fu condannato in primo grado a risarcire circa 5.000 euro al magistrato bersagliato nell’articolo. Ma il giudice fece ricorso e in appello il direttore fu condannato a 14 mesi di carcere. La condanna, per omesso controllo e diffamazione aggravata a mezzo stampa, è stata emessa dalla prima sezione della Corte d’Appello di Milano il 17 giugno scorso, ma Sallusti oggi direttore del Giornale ne sarebbe venuto a conoscenza solo alcuni giorni fa. Condannato anche il giornalista che scrisse la cronaca del fatto, Andrea Monticone: in primo grado condannato a pagare 4.000 euro di ammenda e in secondo grado, condannato a un anno di carcere, con la sospensione della pena con la condizionale.

L’ultima fase del processo è fissata per mercoledì 26 settembre in Cassazione. Se la suprema corte non rileverà irregolarità formali nel processo di secondo grado, la pena diventerà esecutiva e Sallusti dovrà andare in carcere per 14 mesi.

La spiegazione di Vittorio Feltri. “Sallusti non ha diritto alla condizionale perché tutti i direttori di giornale – scrive oggi Vittorio Feltri – sono pieni di cause, ne perdono molte, quindi accumulano precedenti su precedenti, e addio sospensione della pena”. Il direttore de Il Giornale spiega sulle colonne del quotidiano che sia in primo che in secondo grado “l’avvocato di fiducia della società editoriale non ha difeso l’imputato per motivi che non sono chiari” aggiungendo che “ora non è rintracciabile”, tanto che il giornalista in secondo grado ha dovuto farsi difendere da un avvocato d’ufficio. Oggi Feltri ha scritto un articolo sdegnato, in difesa del collega e attaccando la legislazione, i politici che non l’hanno modificata e scrivendo che “un giornalista in carcere per motivi professionali è la negazione della democrazia. L’Italia è l’unico Paese occidentale in cui i reati che riguardano la stampa sono valutati dalla giustizia penale e non civile, prevedendo quindi anche pene carcerarie oltre che risarcimenti”.

TALITA FREZZI

D: In che consiste il reato di diffamazione a mezzo stampa? Quali aggravanti?

R: Il reato di diffamazione, perseguibile a querela di parte, punisce con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a 1032 euro chiunque offende l’onore o il decoro di altri comunicando con più persone. La pena è aggravata (reclusione fino a due anni o multa fino a euro 2.065) se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto specifico e determinato ed è ulteriormente aggravata (reclusione da 6 mesi a 3 anni o multa non inferiore  a 516 euro) se la diffamazione è compiuta a mezzo stampa, media televisivi o internet.
Per quanto riguarda la diffamazione a mezzo stampa, esclude il reato il c.d. “diritto di cronaca” purchè sussistano contemporaneamente tre condizioni: che la notizia data sia vera, che esista un interesse pubblico alla conoscenza di quei fatti e che siano rispettati i limiti in cui tale interesse sussiste mantenendo l’informazione entro i confini dell’obiettività.

In materia di diffamazione a mezzo stampa o comunque con ogni mezzo di pubblicità, poi,  l’art. 596 del nostro codice penale prevede che il colpevole dei delitti di ingiuria e diffamazione non e’ ammesso a provare, a sua discolpa, la verita’ o la notorieta’ del fatto attribuito alla persona offesa (c.d. prova liberatoria).Tuttavia, quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la persona offesa e l’offensore possono, d’accordo prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giuri’ d’onore il giudizio sulla verità del fatto medesimo. Quando poi l’offesa consiste nella attribuzione di un fatto determinato, la prova della verita’ del fatto medesimo e’  sempre ammessa nel procedimento penale: 1) se la persona offesa e’ un pubblico ufficiale ed il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni; 2) se per il fatto attribuito alla persona offesa e’ tuttora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale; 3) se il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad esso attribuito.
Se la verità del fatto è provata o se per esso la persona, a cui il fatto è attribuito, è per esso condannata dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore della imputazione non e’ punibile (salvo che i modi usati non rendano comunque applicabili le disposizioni in materia di ingiuria e diffamazione). La Corte costituzionale, inoltre, con sentenza 14 luglio 1971, n. 175, ha stabilito che la cd. prova liberatoria deve ritenersi sempre ammessa allorché la diffamazione (con attribuzione di un fatto determinato) sia stata commessa nell’esercizio del diritto di cronaca, in quanto tale prova mira a dimostrare l’esistenza della causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p.

D: Perché è stato condannato anche il cronista che ha semplicemente riportato i fatti?

R: In prima battuta è l’autore dell’articolo, perché è lui che riporta i fatti e li valuta. Il direttore ha una responsabilità di controllo che sfiora la responsabilità oggettiva.

D: Come mai il giornalista è stato condannato nonostante nell’articolo non sia citato il nome del querelante?

R: Perchè se dai fatti riportati emerge in maniera chiara il soggetto a cui ci si riferisce, è superfluo il fatto che via sia indicato il nome. Comunque fughiamo ogni dubbio e preoccupazione: Sallusti al 99%  non andrà in carcere neanche un minuto, perché per ogni condanna a pena inferiore a 3 anni (come in questo caso) l’ordine di esecuzione viene sospeso per un periodo di 30 giorni entro cui il soggetto può richiedere l’applicazione di una misura alternativa (affidamento in prova, detenzione domiciliare, semilibertà) senza passare attraverso la detenzione in carcere.

AVV. TOMMASO ROSSI

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2 Responses

  1. Germano Paoloni
    Germano Paoloni at |

    Quando c'era Berlusconi, eravamo, come stampa, da terzo mondo, oggi, che Berlusconi, non governa più, siamo da terzo mondo.
    Siamo da terzo mondo, x il semplice motivo, che, nei paesi occidentali, nessuno, e, dico nessuno ha l'ordine dei giornalisti, solo noi, fondato dal Duce Mussolini, (che mussolini era fascista lo sappiamo tutti) di cui la prima tessera del'ordine fù la sua…, anche perchè senza tessera non si poteva scrivere, cosi taglio le gambe all'opposizione , o, a chi, non la pensava come lui (a chi non era fascista).
    Oggi, siamo come allora, scrive chi ha la tessera , anche se non sa scrivere, siamo l'unico paese occidentale dove esiste l'ordine…, questa volta gestito dalla sinistra?
    Tutti gli altri paesi nel mondo , hanno solamente il sindacato, e non hanno bisogno di tessere x scrivere…., provate a leggere sù questo sito di bruno leoni…L’esistenza stessa dell’Ordine dei Giornalisti costituisce una minaccia alla libertà di parola e di espressione: secondo la Costituzione, la manifestazione del pensiero può avvenire ‘liberamente’ )(www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=7796) —- ESSERE GIORNALISTA OGGI, SIGNIFICA CHE SI DOVREBBE ANCHE CONOSCERE LA STORIA DEL GIORNALISMO…..—– potrei fare , scrivere il nome di pubblicisti, che hanno la tessera senza saper scrivere il proprio nome…., basta pagare, che schifo. Poi, le leggi come questa, non vengono cambiate…, cosa stà a fare l'ordine e il sindacato? articolo uscito ieri matttina sul Giornale , e ordine e sindacato sono usciti nel pomeriggio intorno alle 16, 15 con una nota, dopo che era intervenuto anche il Fatto Quotidiano….

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  2. Germano Paoloni
    Germano Paoloni at |

    mi chiedo, "Prima pagina choc de Il Giornale" perchè CHOC?

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