‘Oltre l’attesa’, nel carcere ognuno è un’isola. Intervista a Rossana D’Ambrosio

ANCONA, 21 FEBBRAIO ’12 – Prosegue il viaggio di Fatto & Diritto nelle carceri italiane e questa volta a bordo di un libro. “Oltre l’attesa” di Rossana D’Ambrosio è un romanzo, edito da Edizioni Angolo Manzoni di Torino, che pone una riflessione sulle Istituzioni totali, in primis il carcere, condotta con uno spirito propositivo. La dedica del romanzo è esplicita e chiarisce molto bene i contenuti che abbiamo affrontato proprio con l’autrice del libro: «Vorrei dedicare questo libro a chi trascorre la vita, per libero arbitrio o per costrizione, all’interno delle “istituzioni totali”. Chi si trova fra le mura di un carcere, sta compiendo un percorso che lo dovrebbe portare a una vita migliore. Auspico che questo percorso non sia gratuitamente doloroso, ma porti a una “guarigione” vissuta nel pieno della dignità e del rispetto dei diritti umani».
Rossana D’Ambrosio, architetto, giornalista pubblicista, dopo 20 anni nel mondo della carta stampata destinata ai bambini, entra in quello della narrativa per adulti con questo realistico romanzo ambientato a Torino.

Nel libro gli orologi molli di Dalì vengono paragonati al tempo che scorre dietro le sbarre. Forse è questa l’immagine più esplicita di “attesa”. Tutti i personaggi del romanzo attendono, chi in cella, chi attende qualcosa da una relazione e chi dal decorso di una malattia. Ma cosa c’è oltre l’attesa, forse la ricerca del senso dell’attendere?

Certamente l’attesa è una costante nella vita di ognuno. Le attese governano la nostra vita, come le pause governano la musica. L’augurio è che le attese della nostra vita, è che le attese della nostra vita, ora angoscianti, ora intrise di fiducia, possano regalarci un’esistenza intensa e nel contempo ricca di melodia, capace di farci sentire in armonia con il resto del mondo. Il messaggio del libro è di cogliere il valore dell’attesa in modo che possa divenire un momento di crescita e maturazione interiore, senza ridursi a un dolore afinalistico, come spesso avviene. Per esempio l’attesa vissuta nell’ozio, così come accade nelle istituzioni carcerarie non conduce certamente a un recupero costruttivo. E questo è molto svilente per i detenuti, ma alla fine lo è anche per tutta la società perché non fa onore ad un sistema civile e democratico.

Ogni situazione con un equilibrio preesistente, una volta relegata nei rigidi confini di un’istituzione totale, rischia di essere sovvertita. Ecco allora che l’equilibrio psichico e quello sessuale possono cambiare, e chi non soffre di depressione può arrivare a togliersi la vita. Perché accade questo? Come agisce un’istituzione totale sull’equilibrio delle persone?

Quando si è costretti a vivere come in un lager, in spazi ridottissimi, e tutto questo va a discapito di una vita anche solo minimamente dignitosa in relazione ai più semplici bisogni dell’uomo, questa forzatura credo che vada pian piano a pesare drasticamente sulla psiche, finché si diventa quasi bruti. A quel punto riflettere sui propri errori credo che passi in ultimo piano, anzi si fomentano rabbia e rancore fino a ridurre i carcerati come belve affamate in gabbia. Affamate non tanto di buon cibo ma di umanità, quella che forse per qualche caso della vita avevano perso. Ma non si può pensare di correggere i condannati sperando di farli diventare onesti, vivendo all’interno di un grande e costante esempio di disumanità.

Nel carcere, pur nell’affollamento, ognuno è un’isola”. Anche questa definizione mi ha molto colpita perché mette a confronto due opposti, l’isolamento e l’affollamento, che impediscono la funzione che il carcere dovrebbe avere e cioè quella di recupero per il condannato…

In carcere di fatto si è soli. Il contatto forzato nell’ambito di un sovraffollamento esagerato finisce per portare all’esasperazione. Il recupero del condannato di fatto viene messo all’ultimo posto e nella gran parte dei casi oggi le carceri funzionano come contenitore di delinquenza. Le carceri sono considerate luoghi da dimenticare, ubicate per lo più ai margini delle città in zone poco agevolmente raggiungibili dai familiari. Ma forse ci dimentichiamo che come diceva Dostoevskij, il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni. Da questo dovremmo capire che il sovraffollamento è solo la punta di un iceberg di un sistema giustizia al collasso. La pena consiste nella privazione della libertà personale e non nella condanna a vivere in un posto disumano e degradante, cosa che certamente risulta deleteria nell’ottica di un recupero.

Nel libro Irene ha una proposta per creare un ponte tra la società e i carcerati, che chiama “Adotta un carcerato”. In altre parole i detenuti possono essere produttivi per la società, possono offrire le loro capacità per il bene loro e degli altri, pur scontando la pena. In alcuni penitenziari italiani questo avviene. Nel carcere di Bollate, ad esempio, i detenuti possono seguire dei percorsi formativi e numerose attività. Perché allora questo progetto, visto che funziona, non può essere applicato anche altrove? Secondo Lei è troppo tardi per migliorare le cose?

Non è mai troppo tardi per migliorare le cose. Purtroppo è troppo tardi per alcune persone che senza essere reali delinquenti hanno perso la loro vita a causa di un sistema carcerario che non funziona. Pensiamo ad esempio a Stefano Cucchi che dopo essere stato portato in carcere perché in possesso di droga è stato pestato fino alla rottura delle vertebre ed altri maltrattamenti che lo hanno portato al decesso. proprio pensando a queste persone e al dolore di queste famiglie, bisognerebbe lottare per cambiare le cose.

Il carcere di Bollate sicuramente è un bell’esempio. Perché altre carceri non seguano questo esempio non lo so. Immagino a causa di problemi organizzativi, a causa di mancanza di disponibilità economiche tali da consentire di avviare percorsi formativi e altre attività. In effetti quando i contribuenti reclamano stanziamenti per gli ospedali, per i disabili, per le scuole non hanno torto. In questo momento ci sono troppe cose da arginare. E io per quanto difenda i diritti dei carcerati non me la sento di metterli davanti a quelli dei disabili. Difficile stabilire delle priorità. Per questo, in momenti di ristrettezze è importante trovare soluzioni alternative che non comportano esborsi economici, come ad esempio quelle che ho proposto nel romanzo “Oltre l’attesa”.

Samuele Animali di Antigone Marche ci ha spiegato che quando si calpesta la dignità dell’uomo, ovunque ciò avvenga e chiunque sia quell’uomo, sono minacciati anche il fondamento dei nostri diritti e i valori della democrazia nel suo complesso. Per questo motivo quello che succede nelle carceri italiane non può e non deve essere di interesse solo per pochi. Secondo Lei come si può mantenere elevata l’attenzione su questa situazione?

Concordo in pieno con ciò che sostiene Samuele Animali e confermo che le problematiche delle carceri sono problemi di tutti noi. “La sconfitta dei detenuti è anche la nostra” come ho spiegato nel mio libro. Per mantenere alta l’attenzione su questa tematica esiste solo un modo. Ed proprio quello che sta attuando lei con la sua intervista. Io ho intuito tristemente che, in moltissimi casi, chi è ai posti di potere ai vertici di un sistema gerarchico piramidale, non modifica le cose a favore di chi è ai piedi della piramide, se non ha un forte interesse personale. Quindi è assai difficile riuscire ad attuare cambiamenti radicali. Tutto quello che possiamo fare è parlarne, gettare il seme della riflessione. Bisogna risvegliare gli animi e le coscienze. Gli animali hanno un linguaggio per comunicare. Ma gli esseri umani dovrebbero avere molto di più. Tra gli esseri umani c’è uno scambio di idee che va molto al di là della semplice comunicazione. Negli umani c’è il desiderio di comprendere, c’è la capacità di introspezione e l’intento di riflessione. Da questo sono nate la filosofia, la letteratura, l’arte…È importante che i giornalisti parlino di queste tematiche e creino il dibattito, che gli scrittori trasmettano anche messaggi sociali importanti. Ognuno può fare qualcosa, anche il semplice cittadino nella sua piccola realtà locale. E poi non dimentichiamo il grande contributo che può essere offerto dall’arte, dalla musica e dal cinema, proprio come hanno fatto i fratelli Taviani con il film “Cesare deve morire”.

ELEONORA DOTTORI

 

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