Nel maxi albergo multietnico a 0 stelle

PORTO RECANATI, REPORT HOTEL HOUSE

foto-1-ok-edificioPORTO RECANATI (MC) – di Marco Benedettelli – Sporcizia, abbandono architettonico, disservizi di ogni sorta. L’Hotel House sembra ormai essere arrivato ad uno stadio di decadenza e degrado estremo. Colpa dei debiti che pesano sul palazzo cruciforme di Porto Recanati (MC), debiti accumulati negli anni, fra bollette insolute, tasse condominiali mai pagate a partire dagli italiani che ancora possiedono numerosi dei 480 appartamenti. Senza contare una situazione condominiale davvero molto difficile. Con una serie di amministratori che negli ultimi anni si sono susseguiti alla gestione senza portare alcuna miglioria alla struttura. La grande torre rossiccia è un universo multietnico fra i più rappresentativi in Italia. Un conglomerato di variegatissima umanità e culture addensato in 17 piani. Che sembra, nella sua complessità, uscito da una metropoli europea. Invece siamo sulla costa marchigiana, a Porto Recanati sud. In quello spazio si addensano addirittura 32 etnie del sud-est del mondo. I residenti ufficiali sono 1.700, ai quali si aggiunge un imprecisato numero di persone di passaggio, soprattutto d’estate, quando arrivano gli ambulanti da tutta Italia. I pakistani sono i più numerosi, poi ci sono i senegalesi, i bengalesi, i nigeriani e marocchini. A comporre una comunità variegata, piena di famiglie di lavoratori, gente di grande dignità, e ben 700 minorenni.

 

2) Due migranti nell’androne d’ingresso dell’albergo, foto di Ennio Brilli
2) Due migranti nell’androne d’ingresso dell’albergo, foto di Ennio Brilli

Basta girare sotto i portici del cortile per ritrovarsi fra negozi etnici, con cibi e spezie da tutto il mondo, le macellerie halal, la moschea, gli spazi di incontro e condivisione, come le due stanze per il doposcuola al pianterreno gestite dal Comune, dove 70 giovani studenti fanno i compiti e imparano l’italiano guidati dagli operatori della cooperativa il Faro. E dove si riuniscono le associazioni etniche formate dai coinquilini del palazzo, fra cui la senegalese Gui Ghi. Nel palazzo operano anche associazioni italiane d’ispirazione cattolica, come Tabor, Csi Arcobaleno, Sa. So., che prestano servizi alle famiglie e ai minori. Anche Caritas e Croce Azzurra sono presenti, oltre a due operatrici, anche loro della Cooperativa il Faro, che gestiscono uno sportello Informagiovani. Altri servizi sono in arrivo. Il Comune è partner di un progetto Fami che ha come capofila la Regione Marche e che prevede nell’edificio-torre l’organizzazione di nuovi laboratori, opere per l’integrazione dei migranti e iniziative di lotta contro l’abbandono scolastico. A fine gennaio, inoltre, è stata firmata la convezione per la gestione di finanziamento d’un altro importante bando comunitario che prevede un investimento di un milione e duecento mila euro, per tre aree di intervento: servizi sociali per l’avviamento alla professione dei giovani diplomati; recupero dell’area archeologica romana nei campi intorno all’Hotel House e soprattutto la realizzazione di nuove strutture, come marciapiedi e piste ciclabili per collegare il palazzo alla città di Porto Recanati. Un intervento necessario e urgente quest’ultimo, poiché l’isolamento urbano del grand e palazzo ha favorito, negli anni, il radicamento di fenomeni di marginalizzazione e ha fatto sì che l’ex struttura turistica si sia trasformata in un ghetto, un luogo ideale per la microcriminalità e lo spaccio di droga: risse, bottigliate, accoltellamenti, nel 2010 anche un omicidio e naturalmente molti arresti.

 

3) “Ma chi me le dà le informazioni?”, sembra pensare questo desolato inquilino di colore, foto di Ennio Brilli
3) “Ma chi me le dà le informazioni?”, sembra pensare questo desolato inquilino di colore, foto di Ennio Brilli

Ai fenomeni malavitosi e all’isolamento architettonico si somma il deperimento strutturale del palazzone, che in assenza di lavori di risanamento versa in condizioni pessime. Gli otto ascensori sono guasti. Donne, anziani e malati devono risalire a piedi le rampe di scale fino ai piani alti. Negli appartamenti non arriva l’acqua potabile. Astea, azienda di rifornitura idrica, ha accumulato 500mila euro di debito, e prima ha ridotto il rifornimento al minimo di legge, poi l’ha staccato. Scoli neri infiltrano le tubature marce, l’acqua da anni viene pescata in un pozzo abusivo nei giardinetti, dove scorrazzano topi e nutrie. Per bere c’è l’autocisterna della Protezione civile, nel cortile. L’Enel annovera moltissimi debito, che dovrebbero versare in tutto 300 mila euro. Prima di staccare la corrente si attende la decisione del Tribunale di Macerata sulle procedure di rateizzazione con cui l’azienda punta a recuperare i crediti dai condomini morosi. Se mancasse l’energia, sarebbe impossibile pompare acqua negli appartamenti. Pompe ridotte comunque allo stremo: sotto Natale si sono rotte e sono state aggiustate grazie a quanto raccolto con una colletta condominiale. Il sistema antincendio e tutt’ora fuori norma e sul palazzo pendeva addirittura una ordinanza di sgombero emessa dal sindaco di Porto Recanati, Roberto Mozzicafreddo, dove si chiedeva all’azienda amministratrice del condominio – Luto Service – di provvedere alla dotazione entro l’8 dicembre, altrimenti il palazzo sarebbe stato dichiarato inagibile, coi suoi 2000 inquilini (tra regolari e non) soggetti a sgombero. Dopo lunghe trattative, la Protezione civile nazionale ha erogato i 100mila euro per i nuovi estintori, gli idranti e le illuminazioni di emergenza. I lavori dovrebbero essere partiti dopo il 20 gennaio, quando la giunta di Porto Recanati ha convocato la gara di assegnazione. Il contributo statale è nella formula del prestito “in danno”. Nessun finanziamento pubblico “a fondo perduto” per un palazzo privato: nelle intenzioni del Comune la somma dovrà essere restituita dai proprietari degli appartamenti. Ma si calcola che i debiti del palazzo raggiungono già i 2 milioni di euro, e che ce ne vorrebbero 12 per bonificare le sue strutture fatiscenti. Cifre, per la fragilissima economia della mega-struttura, che sembrano da default.

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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