‘Ndrangheta: testimone suicida con l’acido, arrestati i familiari

REGGIO CALABRIA, 9 FEBBRAIO ’12 – Maria Concetta Cacciola, 31 anni, figlia di Michele Cacciola (cognato del boss Gregorio Bellocco di Rosarno) era stata un testimone chiave per la giustizia calabrese. Grazie alle sue dichiarazioni sugli affari spochi, le attività criminali e gli omicidi commessi dalla cosca Bellocco alleata dei Pesce, erano state fermate 11 persone, presunte affiliate alla cosca Pesce. Ma era una testimone scomoda per la mafia locale. Improvvisamente, il 22 agosto scorso, la ragazza si uccide bevendo dell’acido muriatico.  Oggi sono stati arrestati i suoi familiari: i genitori e il fratello, accusati di violenze e minacce per farle ritrattare le confessioni rese alla magistratura. In manette, come detto, il padre Michele Cacciola (54 anni), la madre Anna Rosalba Lazzaro (48) e il fratello Giuseppe, tutti accusati di aver maltrattato, picchiato e minacciato Maria Concetta per costringerla a ritrattare quanto dichiarato. Una scelta coraggiosa e controcorrente quella di Maria Concetta Cacciola (cugina di Giuseppina Pesce, anch’ella testimone) una scelta di collaborare con la giustizia che le è costata la vita. Forse la donna consegnando quelle informazioni ai magistrati voleva cercare di dare un futuro diverso, migliore ai suoi tre figli (che ora hanno 16, 12 e 7 anni), un futuro libero dalla ‘Ndrangheta e dai suoi tentacoli avvelenati. Forse, la sua scelta di iniziare a collaborare con le forze dell’ordine di Gioia Tauro era nata dal sospetto che i suoi genitori potessero aver appreso della sua relazione extraconiugale. Nelle famiglie mafiose il tradimento è un gesto infame che va lavato col sangue. E lei tradiva il marito Salvatore Figliuzzi (in carcere per scontare una pena di otto anni per il reato di associazione mafiosa) con l’amante Pasquale Improta, una relazione clandestina che andava avanti da due anni. Forse, proprio per paura di essere uccisa, aveva deciso di collaborare.

Gli arresti compiuti dai carabinieri e dagli agenti del commissariato di Gioia Tauro nella famiglia della testimone-suicida sono scaturiti da un’indagine condotta sulle dichiarazioni rese dalla vittima. La donna aveva riferito ai pm della DDA di Reggio Calabria di essere stata più volte picchiata (aveva anche riportato fratture, curate da un medico compiacente) e che il padre le aveva puntato la pistola alla tempia quando aveva chiesto alla famiglia di potersi separare. Le avevano preparato un memoriale da firmare in cui dichiarava che le cose dette ai magistrati erano false; l’avevano costretta a registrare un file audio in cui ammetteva la stessa cosa e quindi, ritrattava completamente le sue deposizioni. Seppur ammessa al programma di protezione, il 10 agosto dello scorso anno Maria Concetta era tornata a Rosarno, forse per riprendersi i figli. Due giorni dopo, chiusa in bagno, si è uccisa bevendo dell’acido muriatico.

Oggi, sono stati arrestati i suoi familiari. E altre 11 persone considerate affiliate al clan Pesce. Tra queste, Saverio Marafioti, ritenuto il costruttore dei bunker tecnologici usati dai boss latitanti. Sequestrati anche dei pizzini scritti dal boss Francesco Pesce in cui sono riportati i nomi degli imprenditori del pizzo e indicazioni sulle nuove cariche da affidare ai “picciotti” della famiglia. I pizzini sono stati messi agli atti e costituiranno elementi probatori. Intanto, si indaga sulle pressioni ricevute da Maria Concetta Cacciola da parte dei genitori e del fratello per arrivare a uccidersi.

TALITA FREZZI

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