Natale di sangue in Siria.

24 DICEMBRE ’12, HELFAYA (SIRIA) – Non esiste il Natale in Siria, inteso come giornata in cui ognuno si sforza di essere una persona migliore, mette da parte i propri interessi e si rende aperto alla comprensione, al rispetto e all’ascolto dell’altro. Non lo riconosce il governo di Bashar al Assad, giovane dittatore dalla faccia sorniona, che ha ereditato dal padre l’anello del potere siriano, da cui non vuole e non riesce a staccarsi; talmente sorniona quella faccia che non lo si crederebbe capace di tanto scempio; con quella moglie bellissima poi, Asma al-Asad, che non porta il velo, ma gonne e vestiti sexy ed eleganti, da fare invidia alle donne occidentali; Bashar Al Assad, così apparentemente calmo e tranquillo che a vederlo uno penserebbe di tutto, tranne che sta massacrando migliaia e migliaia di civili siriani dalla primavera del 2011, da quando, cioè, il popolo, sulla scia della primavera araba, ha deciso di dire “basta” e ribellarsi alla dittatura. Tutto questo senza che il mondo si scandalizzi e faccia più di tanto, se si mettono da parte le chiacchiere.

Non è Natale, non c’è l’odore caldo di “casa”, non c’è la serenità, ma si può trovare della pita, il tradizionale pane siriano, caduto in una pozza di sangue e grondante porpora mentre viene stretto tra le dita di un ribelle, che stava facendo la fila davanti al fornaio.

Ieri, infatti, un altro massacro ha portato di nuovo la guerra civile in Siria sulle prime pagine di tutto il mondo: 94 dicono gli attivisti, 300 secondo la televisione panaraba, sono i civili morti, tra cui donne e bambini, a seguito di un bombardamento aereo su un panificio a Helfaya, nella provincia di Hama. Purtroppo, però, il numero è provvisorio e destinato a salire, poiché i soccorsi non sono ancora terminati e l’entità del massacro non è perfettamente delineata, come avvertono i comitati locali dell’opposizione (Lcc) sui vari social network.

Moltissime erano le persone in coda (addirittura un migliaio, stando alle dichiarazioni di alcuni testimoni ad al Arabiya), poiché era da svariati giorni che mancava la farina e quindi non veniva sfornato il pane, così ieri per la prima volta dopo tempo veniva prodotto qualcosa.

I video caricati su Internet mostrano scene infernali: cadaveri dilaniati, brandelli di carne umana sparsi ovunque, sangue che imbratta le strade, i muri, con i piedi sporchi e nudi che ci annegano per riemergere e sprofondare di nuovo.

La città era stata conquistata dai ribelli la scorsa settimana e la notizia del bombardamento si è diffusa rapidamente nel mondo ed anche nel paese, nonostante i limiti imposti dalla censura: ci sono state numerose manifestazioni spontanee anti regime, accusato di questo ennesimo orrendo crimine. A Gharb Mashtal, un sobborgo di Hama, “l’esercito siriano ha sparato sulla folla”, denunciano gli Lcc in una nota diffusa nella tarda serata di ieri.

L’ennesimo crimine, già. Infatti non è la prima volta, e non sarà nemmeno l’ultima, che il governo di Damasco deliberatamente centra degli obiettivi dove si radunano civili. In particolare, nella scorsa estate un’altra strage aveva avuto come oggetto un panificio di Aleppo, con la morte di almeno 60 civili. Questi episodi hanno portato le organizzazioni della difesa dei diritti umani, tra cui Human Rights Watch, a condannare l’operato del regime.

Ovviamente, come da copione, le truppe di Assad rimandano al mittente le accuse, sostenendo che sono i terroristi ed i ribelli a nascondersi tra la popolazione comune, nei luoghi di raduno affinchè gli innocenti vengano colpiti.

Si ricorda che nelle ultime settimane si è arrivati all’utilizzo dei missili Scud contro le postazioni dei ribelli nel Nord, causando oltre 100 morti quotidiane solo per la loro azione. Sembrano gesti di un governo ormai allo sbando, alle corde, le ultime zampate di un leone morente, ma queste voci circolano da molti mesi, forse da più di un anno e Damasco, invece, è sempre lì a spargere morte e terrore, con la piena disponibilità ed il pieno controllo di armi chimiche, come sottolinea Amod Gilad, alto ufficiale del Ministero della Difesa Israeliana.

L’ occidente passivo sta causando un altro problema: i ribelli avanzano ed allo stesso tempo le fazioni jihadiste acquistano fama e sempre più peso all’interno dell’opposizioni armata. Questo avrà notevoli conseguenze nella spartizione del potere una volta che l’area si sarà stabilizzata, ma al momento attuale la forza degli estremisti si traduce in minacce, arrivate a due villaggi cristiani, sempre nella provincia di Hama. Ciò ha spinto la conferenza islamica (Oci) a condannare questi gruppi: “Queste minacce sono contrarie ai principi dell’Islam, la tolleranza, la fratellanza e la pace”, si legge in un comunicato in riferimento all’ultimatum lanciato contro le città cristiane di Mharda e Sqilbiya, che gli insorti sunniti hanno posto sotto assedio.

L’Onu, intanto, ha spedito a Damasco l’inviato speciale Lakdar Brahimi, rappresentante anche della Lega Araba. Una visita a sorpresa, in quanto le autorità siriane hanno detto di non essere stati informati, che potrebbe rappresentare l’ultimo tentativo per arrivare ad una pace negoziale.

MOSE’ TINTI

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