Morte del piccolo Alessandro:la Corte di Appello assolve Rasero

GENOVA, 9 FEBBRAIO ’12 – Il piccolo Alessandro Mathas, di 8 mesi, fu ritrovato morto in un residence a Nervi nella notte fra il 15 e il 16 marzo 2010: per quel delitto furono indagati in concorso la madre del piccolo, Katerina Mathas e Giovanni Antonio Rasero, broker di 32 anni e compagno della donna. Rasero fu accusato di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalle sevizie, mentre la donna fu accusata di abbandono di minore e conseguente morte.
Al broker, che rischiava l’ergastolo, la Corte d’ Assise di Genova riconobbe l’attenuante prevalente per aver agito sotto l’effetto della cocaina e lo condannò a 26 anni di carcere per la morte di Alessandro. In particolare, ad incastrarlo furono le tracce di saliva e Dna di Rasero, ritrovate sul corpo del piccolo, ma la cui presenza fu sempre ritenuta irrilevante dai legali dell’uomo secondo i quali quelle tracce furono lasciate mentre l’ accusato giocava col bimbo, poco prima della sua morte. Rasero ha trascorso gli ultimi due anni nel carcere di Marassi in attesa dell’appello e ieri è giunta la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Genova dopo 5 ore di camera di consiglio: assolto per non aver commesso il fatto. I giudici, dopo la pronuncia, hanno disposto la scarcerazione immediata dell’uomo, che ha commentato parlando di ‘fine di un incubo’: l’imputato si è sempre dichiarato innocente, sostenendo che non avrebbe mai potuto uccidere un bambino, ‘ con o senza cocaina’. Pur ammettendo gli errori fatti in passato, in specie per l’uso e l’abuso di droga, rifiutava quell’accusa e quella condanna di primo grado. Mentre usciva dal carcere, dimagrito e visibilmente emozionato, ha detto di voler tornare da Carolina (la sua compagna, anch’ella presente in aula ) e dai suoi due figli e di ricominciare a lavorare.

Ora l’attenzione dei magistrati si sposta sulla madre del piccolo ucciso che resta indagata per abbandono di minore aggravata dalla morte del minore: lei, contattata al telefono, non ha voluto rilasciare dichiarazioni sulla sentenza, dichiarandosi ‘ allibita’.

ANDREA DATTILO

 

D: Quando si tratta di reati gravi, come l’omicidio, una sentenza di primo grado è sempre immediatamente esecutiva?

R: No, una sentenza di primo grado è esecutiva soltanto quando diviene definitiva ossia “irrevocabile” in quanto sono stati svolti tutti i tre gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento o in ogni caso sono scaduti i relativi termini di impugnazione del provvedimento.

Soltanto la condanna alle restituzioni e al risarcimento del danno può essere dichiarata immediatamente esecutiva in primo grado a richiesta della parte civile e se ricorrono giustificati motivi. Inoltre è prevista anche la possibilità di una condanna al pagamento di una c.d. provvisionale (condanna immediatamente esecutiva) che può essere concessa quando il giudice penale ritiene, per liquidazione del danno, di rimettere le parti dinnanzi al giudice civile. 

D: Nel giudizio di appello, è possibile portare nuove prove che incidano sulla nuova pronuncia, o ci si deve rifare a quelle già portate in primo grado?

R: Tendenzialmente il giudice di appello compie una valutazione sulle prove già acquisite in primo grado anche se l’art. 603 c.p.p. prevede che quando una parte nell’atto di appello ha richiesto la riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o l’assunzione di nuove prove, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale qualora ritenga di non essere in grado di decidere allo stato degli atti. Inoltre, il giudice dispone la rinnovazione se le nuove prove sono sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado,.

In ogni caso il giudice di appello dispone d’ufficio (e quindi anche senza richiesta delle parti) la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale se lo ritiene assolutamente necessaria ai fini della decisione.

Ulteriore ipotesi di rinnovazione dell’istruttoria in grado di appello si verifica quando l’imputato contumace in primo grado ne fa richiesta perché impossibilitato a comparire per caso fortuito a causa di forza maggiore o per non aver avuto conoscenza del decreto di citazione (purchè non sia dovuto a sua colpa e non si sia sottratto con volontà alla conoscenza degli atti)

D: Che cosa si intende per abbandono di minori?

R: Il reato di abbandono di persone minori o incapaci è previsto dall’art. 591 c.p. che prevede la reclusione da 6 mesi a 5 anni per chi abbandona una persona minore degli anni 14 ovvero una persona incapace, per malattia del corpo o della mente, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa e della quale abbia la custodia o debba averne cura.

In caso lesione personale del minore o della persona incapace la pena prevista è da 1 a 6 anni, in caso di morte da 3 a 8 anni. Infine è previsto un aumento di pena se il fatto, come in questo caso, è stato compiuto dal genitore, dal figlio, dal tutore, dal coniuge, dall’adottante o adottato.

AVV.VALENTINA COPPARONI

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