‘Melancholia’: l’Arte che protegge dal non senso dell’esistenza.

E’ uno dei film più interessanti della stagione scorsa, non solo da vedere ,ma soprattutto da ri-vedere. Parliamo di “Melancholia” di Lars von Trier ,con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg,Kiefer Sutherland ,Charlotte Rampling. Di volta in volta il regista danese fa vere e proprie incursioni nel cinema di genere,dal musical all’horror,rovesciando canoni, ribaltando regole, per rivelarci la sua cupa e straziante visione del mondo: stavolta la cornice che racchiude la storia ha forme e colori del racconto fantascientifico. Un corpo celeste “Melancholia”, appunto, entra in collisione con la Terra provocandone la fine. La pellicola ha un prologo –straordinario con le citazioni pittoriche e filmiche di John Everett Millais e Tarkosky accompagnate dalla musica wagneriana del “Tristan und Isolde”- e due capitoli affidati alle vicende e al destino di due sorelle, Claire che vive  la sua festa di nozze circondata da parenti ed amici e finisce per renderla  un grottesco rito nichilista sull’incapacità di amare e Claire che con il marito ed il figlio  accoglierà nella sua casa,emblematica rappresentazione dei fasti e delle vette della cultura occidentale,la sorella che ha drammaticamente chiuso i ponti con il suo passato. E’ la ricognizione visionaria dei momenti finali,struggenti ed angoscianti, di un mondo -L’occidente? L’Europa? La nostra cultura?- amato e nello stesso tempo messo a nudo nella sua fragilità, nella sua falsità, nel suo invasivo nichilismo. Due donne che rappresentano le  due forme opposte e complementari che hanno guidato direzioni e sviluppo della nostra civiltà, l’esigenza di verità, con gli esiti distruttivi consequenziali, di Claire e il bisogno di controllo ed ordine di Justine, quasi l’incarnazione,rispettivamente ,dello spirito dionisiaco e di quello apollineo. Simboli,enigmi-la buca 19 del campo da golf che forse rappresenta quell’“oltre” che sfugge alla nostra visione limitata-citazioni,rimandi, rispetto dei canoni e contemporaneo ribaltamento delle regole narrative,arrivano all’occhio e alla mente dello spettatore – il cuore è sempre l’organo  meno coinvolto nella produzione di Von Triers- con un carico di grande complessità. Ma il linguaggio filmico usato ed alcune allusive metafore- come la capanna magica per ripararsi dalla catastrofe- suggeriscono come tema dominante che contro la nientificazione, sorte ed esito della nostra civiltà, resta solo l’Arte con la sua forza a proteggerci dal non senso dell’esistere. Come ogni opera di Lars Von Trier anche quest’ultimo lavoro ha spaccato in due il fronte del pubblico e della critica, ma anche chi ha minimizzato gli esiti del contenuto del film, non ha potuto fare a meno di riconoscere la potenza e la suggestione delle immagini. Finalmente, dopo rutilanti visioni cinematografiche destinate ad un pubblico di adulti-bambini, dopo tanto cinema “parlato”,che sembra indifferente alle modalità del guardare, privilegiando l’ascolto, un film da vedere, un film che parla soltanto, come nella grande pittura, con la forza degli intensissimi ed acidi colori, della luce -soprattutto quella astrale, raggelata e raggelante-  delle linee e delle forme tracciate, individuate e selezionate dalle inquadrature.

PROF. ANTONIO LUCCARINI

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