Maxi-processo Crimine a Reggio Calabria: 93 condanne e 34 assoluzioni

REGGIO CALABRIA, 8 MARZO ’12 – E’ andato a sentenza ieri il maxi-processo “Crimine”, davanti al Gup di Reggio Calabria Giuseppe Minutoli, scaturito dall’operazione del 13 luglio 2010 che portò all’arresto di oltre trecento persone, presunte affiliate allandrangheta nell’asse Reggio Calabria-Milano (si legga anche http://www.fattodiritto.it/la-ndrangheta-e-una-e-una-sola-a-giorni-la-sentenza-crimine-destinata-a-fare-epoca/). Sono 93 le condanne e 34 le assoluzioni nell’ambito del processo che ha qualcosa di unico: mai era stata riconosciuta una struttura verticistica precisa della criminalità organizzata calabrese. Oltre 1500 anni di carcere erano stati chiesti dai pm nella requisitoria per 127 imputati sono stati processati con rito abbreviato, mentre una quarantina sono quelli che hanno scelto l’ordinario dinanzi al tribunale di Locri. Tra gli imputati figurano Domenico Oppedisano, considerato il capo Crimine della ‘ndrangheta, condannato a dieci anni (la richiesta era di 20 anni), sei anni per Antonino Pesce, otto per Rocco Lamari, Cosimo Giuseppe Leuzzi e Giovanni Alampi, sette per Carmelo Costa, considerati boss e gregari. La Regione Calabria, la provincia di Reggio, l’Anas, le associazioni Sos Impresa e la Federazione Antiracket Italiana, il Ministero dell’Interno e la Presidenza del Consiglio dei Ministri si sono costituite parte civile nel procedimento. Oppedisano, 81 anni di Rosarno, unitamente ad altri esponenti di spicco della criminalità organizzata calabrese, sarebbe stato ripreso il 1 settembre 2009, nei pressi del Santuario di Polsi, intento a investire le cariche apicali del sistema, come stabilito da un antico rituale mafioso, e pertanto considerato capocrimine. La Calabria è divisa in tre mandamenti (Jonico, Tirrenico e Città) e il Crimine altro non è che una struttura decisionale al di sopra degli stessi mandamenti e di tutti i locali, cioè più ndrine (o famiglie, cosche) di uno stesso paese o quartiere. La difesa ha cercato di sminuirne il ruolo di Oppedisano sostenendo che un contadino non possa essere a capo di una struttura mafiosa di tale portata, ma evidentemente, come sottolineato dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri, l’impianto accusatorio ha retto.

ELEONORA DOTTORI

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