L’evoluzione del diritto internazionale dell’Ambiente

FONTI E SVILUPPO, DALLA CONFERENZA DI RIO DEL 1992 AD OGGI

Avv. Annamaria Palumbo

unknownL’evoluzione del diritto internazionale dell’ambiente è avvenuta in modo graduale attraverso tre fasi: 1) la prima inizia dalla fine degli anni ’60 con l’adozione dei primi trattati in materia; 2) la seconda si apre in seguito all’incidente della petroliera liberiana Torrey Canyon e con la Conferenza di Stoccolma del 1972; 3) la terza ha inizio con la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992.

Più in particolare, alla fase iniziale sono da ricollegare alcune risoluzioni, tra le quali la Risoluzione del 1962 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che afferma il principio della sovranità permanente degli Stati sulle proprie risorse naturali e mette in evidenza alcuni casi giurisprudenziali tra i quali il caso della Fonderia di Trail che costituisce un precedente significativo per l’affermazione del principio della responsabilità internazionale per danni ambientali transfrontalieri.

Sul piano del diritto internazionale pattizio, la prima fase si apre con trattati bilaterali o unilaterali o riguardanti determinate materie o specie in pericolo.

Sul finire degli anni ’60, a seguito del gravissimo incidente della petroliera Torrey Canion (1967), le Nazioni Unite iniziarono ad occuparsi approfonditamente della questione ambientale.

Nel 1972 si tenne a Stoccolma la Conferenza sull’ambiente umano a cui parteciparono un centinaio di Stati (sia ONU che no), agenzie specializzate, organizzazioni varie (es. CE) e ONG in qualità di osservatori. Tale evento rappresentava la prima occasione importante per un confronto sulle tematiche ambientali.

In seno alla Conferenza nasce l’UNEP ossia la prima struttura internazionale dotata di competenze ambientali all’ONU.

L’UNEP è un programma (non un’Agenzia) i cui obietti del mandato sono: favorire la cooperazione internazionale in materia di ambiente; coordinare i programmi e le azioni nell’ambito delle Nazioni Unite; monitorare lo stato dell’ambiente; sostenere i Paesi in via di sviluppo.

Di notevole rilievo nell’ambito delle dichiarazioni di principio della Conferenza di Stoccolma sono, tra gli altri, il Principio 21 in base al quale gli Stati hanno il diritto sovrano di sfruttare le risorse in loro possesso, secondo le proprie politiche ambientali e, tuttavia, allo stesso tempo il dovere di impedire che le attività svolte entro la propria giurisdizione o sotto il proprio controllo arrechino danni all’ambiente di altri Stati o comunque a spazi non sottoposti alla sovranità di alcuno Stato (novità rispetto al caso Trail Smelter); ed il Principio 23 secondo cui l’applicazione degli standards ambientali non deve essere per forza omogenea ma deve tener conto delle differenze tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo.

I Paesi in via di sviluppo si opposero, peraltro, all’adozione di meccanismi di controllo dell’attuazione dei principi per il timore di vedere bloccato e controllato il loro sviluppo economico.

Dopo la Conferenza del 1972, iniziative ed attività sono andate moltiplicandosi, soprattutto ad opera dell’UNEP.

A partire dagli anni ’80 (terza fase) l’attenzione internazionale si è concentrata sulla questione dei rapporti tra protezione dell’ambiente e crescita economica nella consapevolezza che tutela ambientale e sviluppo economico sono imprescindibilmente legati e necessitano di uno sforzo di solidarietà internazionale.

Il Rapporto Brundtland (Our Common Future) propone, tra gli altri, il principio dello sviluppo sostenibile.

Tale principio diviene una vera e propria filosofia e nel 1992 la Conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro consacra il legame inscindibile tra protezione ambientale e crescita economica.

La Conferenza di Rio si conclude con la Dichiarazione di principi su ambiente e sviluppo (cd. Dichiarazione di Rio), l’Agenda 21 (Programma d’azione globale) e la Dichiarazione di principi sulle foreste.

La Dichiarazione di Rio (strumento non vincolante) afferma come principale obiettivo quello di uno sviluppo sostenibile attraverso il quale sia possibile soddisfare le esigenze delle generazioni presenti senza compromettere quelle delle generazioni future.

Pur non contenendo una definizione generale di sviluppo sostenibile, la Dichiarazione di Rio elenca una serie di principi che ne precisano il contenuto: il principio di equità intergenerazionale; il principio di integrazione delle esigenze di protezione ambientale nei processi decisionali in materia di sviluppo; il principio di partecipazione del pubblico nei processi decisionali; il principio di precauzione; il principio di prevenzione dell’inquinamento transfrontaliero.

La Dichiarazione di Rio, poi, considera la particolare posizione dei Paesi in via di sviluppo ed introduce il principio della responsabilità comune ma differenziata in considerazione dei differenti bisogni, delle differenti possibilità, dei differenti obiettivi.

Nell’ambito della Agenda 21 è stata prevista, poi, la creazione della Commissione per lo sviluppo sostenibile (CSD) quale organo ausiliario dell’ECOSOL con l’obiettivo di monitorare e verificare i progressi nell’attuazione dell’Agenda 21, ricevere i contributi dei “Major Group” (donne, giovani, popolazioni indigene, ONG, comunità scientifica, ecc.) ed elaborare raccomandazioni.

L’Assemblea Generale, a fronte della difficoltà di numerosi Stati di rispettare gli impegni di Rio, ha organizzato un summit mondiale sullo sviluppo sostenibile al fine di individuare azioni e risultati concreti.

Il summit di Johannesburg del 2002 si è concluso con l’adozione di strumenti tradizionali nonché di secondo tipo più innovativi.

Parte della dottrina, tuttavia, non ha mancato di manifestare la propria delusione per la mancata indicazione di impegni sostanziali ed obiettivi concreti.

Infine, un cenno merita la Conferenza di Rio+20 la quale, tuttavia, pur suscitando interesse e condivisione, non è riuscita a produrre un concreto impegno, limitandosi a riaffermare gli obiettivi di politica ambientale già individuati.

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