L’ebraico nel vernacolo anconitano

PAROLE TRAMANDATE DAI BANCARELLARI

Un tratto della bancarelle di corso Mazzini, ad Ancona, negli anni ‘80
Un tratto della bancarelle di corso Mazzini, ad Ancona, negli anni ‘80

ANCONA – di Andrea Trucchia – Nel variopinto arcipelago delle parlate locali, il dialetto anconitano è un’isola linguistica minore, poco frequentata e quasi indegna di apparire al fianco dei più celebrati milanese, napoletano e romanesco. Tuttavia pochi sanno che l’anconitano comprende in sé una specie di antico codice espressivo mutuato dall’ebraico e sopravvissuto, in parte, fino ad oggi, tra le bancarellle di corso Mazzini. Un antico tesoretto gergale che metteremo a fuoco tra qualche riga.

Tornando ai dialetti più “illustri”, sono assurti al rango di lingua letteraria grazie all’opera di valenti studiosi e al proselitismo militante di certi guru mediatici, e vivono autonomamente accanto alla lingua italiana. La parlata anconitana può dirsi meglio un vernacolo, ovvero un linguaggio popolare fresco ed arguto, una corruzione domestica del dialetto ad esclusivo appannaggio delle classi subalterne, con marcate differenze tra quartieri e mestieri, “…varia sensibilmente non solo in base ai i quartieri ma anche secondo i ceti popolari, secondo i due sessi, secondo l’argomento trattato, secondo la persona con cui si parla …” (Duilio Scandali). Tutto ciò ha impedito la fioritura di un’arte dialettale che fungesse da richiamo per gli studiosi di linguistica, ancora poco attenti al patrimonio orale dell’area medio-adriatica e di Ancona in particolare. L’anconitano appartiene al gruppo linguistico umbro-romano, che nelle Marche domina nelle province di Macerata e Ancona. Già Dante cita l’anconitano nel “De vulgari eloquentia”, relegandolo nella sua immaginifica scala estetica, composta da 14 dialetti, nell’ultimo girone delle parlate sporche e disarmoniche, secondo per sguaiataggine solo al torpido romanesco. Soggetto tuttavia alle continue influenze marinare venete e dalmate, l’anconitano divenne invece nel tempo un “quid medium” nel panorama linguistico nazionale, un anello di congiunzione tra il nord e il sud della penisola in un’area linguistica di passaggio fatta a mosaico.

Nell’ambito del vernacolo è però ancora possibile rintracciare voci sopravvissute al passare del tempo, ultimo atto di un idioma che ha perso i suoi tratti distintivi ma che pensiamo sia doveroso tentare di salvare da un possibile oblio. Il nostro intento? Proporre un breve florilegio di questi termini arguti, stravaganti modi di dire, iperboliche locuzioni, tratti dall’uso quotidiano.

A molti sarà capitato passeggiando per il mercato ambulante di Corso Mazzini di ascoltare, tra gli schiamazzi dei bancarellari, strane espressioni che talvolta ne infarciscono il pittoresco eloquio. Fatta la tara del cazzeggio semiebete ormonal-calcistico-televisivo dei “cretini fosforescenti”, trattasi per lo più e fortunatamente dell’interessante evoluzione della parlata, con base dialettale, degli ebrei anconitani; un curioso connubio tra lingua ebraica e vernacolo che ha dato vita a un piccolo gergo, un parlare fortemente mescidato ancora oggi in uso tra i bancarellari nel loro straordinario microcosmo.

E’ noto il ruolo di volano del commercio locale svolto per secoli dalla comunità ebraica, indiscusso fattore di crescita, non solo economica, di questa città dall’antica vocazione mercantile. Lo stesso mercato di corso Mazzini (oggi popolato maggiormente dagli operatori asiatici) deve la sua fortuna all’intraprendenza di una sparuta schiera di “stoccatori” levantini (Ascoli, Coen, Lanternari, Munafò, Ciaruffoli, Argentati) pionieri che tra le due guerre presero a svolgere i loro commerci in questa via trafficata, inaugurando così quello che col sopraggiungere di altri commercianti (Pierdica, Tacchi, Garbati, Castriota ) sarebbe diventato nel secondo dopoguerra, a seguito dell’ annientamento dei quartieri storici del porto, il nuovo ricettacolo dell’ anconetanità, l’ultima enclave dove alberga il genius loci cittadino. La proverbiale scaltrezza e l’innata diffidenza verso il prossimo, ingenerate dalle secolari e ricorrenti vessazioni, fecero sì che i primi venditori ambulanti ebrei si esprimessero in pubblico con un enigmatico frasario, uno slang esoterico per rendere incomprensibili le loro comunicazioni agli estranei, i non ebrei, i quali erano spesso animati da un odio ancestrale oltreché da una granitica ignoranza. Tali termini, rimasticati da quelli che, ascoltandoli più volte riuscivano a coglierne il senso, diedero vita a questo Golem linguistico: un gergo giudeo-anconitano dai curiosi effetti che vale la pena accennare in ordine sparso:

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Fa davaro: Fai attenzione, stai zitto; dall’ebraico davar = parola-niente

Gabola: atto superstizioso, propiziatorio; dall’ebraico kabalah = mistica

Fior de Gujà: bella figliola non ebrea; dall’ebraico goim = non ebreo

Ioffio: bello; dall’ ebraico yafe = bello

Scemirode: poliziotto; dall’ebraico shoter = guardia

Sciavoriato: rotto, in cattive condizioni; dall’ebraico shavur = rotto

Lartisci il mammone: nascondi la roba; dall’ebraico matmon = tesoro

Fare sciabà: fare festa; dall’ebraico shabbad = giorno del riposo

Lo zode ganavia: fai attenzione, il tipo ruba; dall’ebraico ganav = rubare, zod = persona

Parasceve: venerdi; dall’ebraico parascev = preparazione al sabato

Zia Strina: diminutivo di zia Esterina, personaggio proverbiale del Ghetto

Fratelli branca: carabinieri; etimologia incerta

Biride: organo maschile, etimologia incerta

Tainad: organo femminile, etimologia incerta

Gnasciata: copula belluina (atto sessuale selvaggio); etimologia incerta

Gnaina: fai molta attenzione, etimologia incerta

Macom: tolilette, etimologia incerta

Maraglia cucarina: folla guidata da impulsi oniomaniaci, etimologia incerta

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(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

 

 

 

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