La ‘via’ spagnola si fa più stretta: controlli sugli ‘abogados’

5 FEBBRAIO ’13, ROMA – Ogni laureato in giurisprudenza conosce la via spagnola: già durante gli anni universitari trapela in mezzo agli appunti e tra le chiacchiere con i compagni questa questa soluzione. “Vuoi diventare avvocato avvocato? Dai, vai in Spagna…3 mesi lì, ti abiliti, poi torni ed il gioco è praticamente fatto”.
La via spagnola ha rappresentato una concreta realtà per molti e, con la scusa del suo potere attrattivo, è stata fin troppo proclamata in contesti dove la decenza avrebbe dovuto consigliare diversamente. È stata una ben misera figura quella dell’organizzazione, appostata lungo le scale dell’edificio dove si teneva l’esame di Stato per l’iscrizione all’albo degli avvocati del dicembre 2012, che ventilava la possibilità di diventare avvocato in Spagna agli esaminandi (tra cui c’ero anche io), i quali avevano da pochi secondi terminato la prova scritta: chi scendeva quelle scale dopo 7 ore di concentrazione e sforzo avvertiva una leggera sensazione di presa in giro e mancanza di rispetto nei propri confronti.

Chiusa questa parentesi polemica, aperta solo per rendere giustizia ad uno sfogo a nome di tutti coloro che si sono trovati nella mia stessa situazione quest’anno e negli anni scorsi, veniamo alla notizia.

Il Consiglio Nazionale Forense ha deciso di inoltrare un “rinvio pregiudiziale” alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea sull’articolo 3 della ormai vecchia direttiva europea 98/5, che è volta a facilitare la libera circolazione dei professionisti nei paesi membri dell’Unione.

“No, nessun tentativo di resistenza degli Ordini professionali. Qui siamo per difendere il merito. Ma attenzione: se si ritiene l’esame di Stato ormai inadeguato si cambi l’articolo 33 della Costituzione. Noi non ci opporremo, a patto che i corsi di laurea in giurisprudenza si trasformino in corsi di studio professionalizzante, come avviene in Germania”. Così Ubaldo Perfetti, vice-presidente del Consiglio Nazionale Forense.

Il Cnf ha deciso di sollevare la questione degli “abogados” alla Corte Ue per stabilire se si tratta di un abuso di diritto quello dei giovani praticanti che si recano oltreconfine per acquisire il titolo di avvocato senza superare l’esame di abilitazione in Italia, iscrivendosi così per tre anni nell’elenco degli “Avvocati Stabiliti” dell’Ordine fino alla perfetta equiparazione con gli avvocati di casa nostra: “Ci chiediamo se è una lesione della concorrenza nei confronti degli omologhi italiani che invece superano l’iter previsto dal nostro ordinamento per l’accesso alla professione”.

La questione verte principalmente sulla possibilità di una verifica concreta e sostanziale dei singoli Ordini forensi provinciali sull’operato dei praticanti che hanno svolto il periodo di pratica in Spagna: “con questo ricorso – spiega Perfetti – chiediamo alla Ue se possiamo arrogarci il diritto di chiedere a un giovane se ha mai sostenuto una causa a Madrid, oppure domandargli dove ha svolto il tirocinio. Quello che vogliamo contrastare è questa pratica fittizia di recarsi in Spagna. Che ha generato in questi anni un indotto di tutto rispetto, ma distorsivo della concorrenza. Nessuna preclusione nei confronti dell’avvocato residente all’estero che voglia esercitare la professione da noi, ma deve essere dimostrabile la sua buona fede. Per questo chiediamo alla corte Ue di esprimersi”.

Che l’esame di Stato per diventare avvocato assomigli più ad una prova di forza piuttosto che ad una prova in cui il candidato possa dimostrare le sue capacità ( 21 ore di prova scritta in 3 giorni) e che poi quest’esame si trasformi in un’estenuante attesa (6 mesi per conoscere gli esiti delle prove scritte), alla quale seguirà una prova orale distante circa un anno dalla prova scritta, sono dati di fatto insormontabili. Tuttavia, al netto delle difficoltà di chi dopo l’Università, i successivi due anni (ora 18 mesi) di tirocinio e, appunto, il temutissimo esame di Stato, la questione è un’altra: riguarda il merito e la concorrenza, proprio in un ceto personale percepito dall’opinione pubblica come tra i più attivi in Parlamento per la sua folta rappresentanza, visto come una lobby che tende a mantenere e a difendere l’esistente.

Il ricorso del Cnf trova il parere positivo di Dario Greco, presidente dell’ Aiga (associazione italiana giovani avvocati), “se valorizza il merito e contrasta chi vuole fare il furbetto”. Si aspetta ora la decisione dell’Unione Europea.

MOSE’ TINTI

Print Friendly
FacebookLinkedIn

Leave a Reply