La vendetta di un uomo tranquillo, la recensione

di Alessandro Faralla (Responsabile Cultura e Spettacoli F&D)

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Non è possibile addentrarsi nell’analisi dello snodo narrativo di La vendetta di un uomo tranquillo senza rivelare troppo della trama. Si perché l’esordio cinematografico di Raúl Arévalo non permette aperture se non quelle che il registro asciutto e lineare concede con parsimonia allo spettatore.

Quel poco che c’è da sapere è nel titolo italiano, quello originale,Tarde para la ira, è forse più incisivo , ovvero Lento all’ira.
Jose è un uomo maturo, prestante e imperscrutabile come la barba pregna di un passato profondo e sconosciuto. Lo troviamo al bancone di un bar, mentre osserva con rigore Ana, sorella del titolare del quale è diventato un amico. Ana è una donna che trasmette una sensualità non appariscente, è radiosa e al tempo stesso dimessa, libera e sola in un’esistenza costantemente sospesa aspettando il ritorno di un marito che dopo otto anni si appresta ad uscire dal carcere.

Sin dall’incipit Raúl Arévalo imprime alla regia un dinamismo reale, grezzo, incompiuto e ad ogni modo concreto, come l’ambientazione di questo thriller spagnolo dalle tinte opache e a tratti energiche.
C’è molta territorialità in La vendetta di uno tranquillo: le facce, i luoghi, i rituali di una comunità vanno ad incrociarsi con i sentimenti e i pensieri serrati dei protagonisti, personaggi sempre in movimento come la macchina da presa di Arévalo che li ritrae, specie nei dialoghi, con inquadrature opprimenti e schiacciate e quando non lo fa li rincorre e non perché il passato sia alle spalle ma proprio perché è ancora vivo e non ci si può fermare.
C’è da mettere una parola fine che si disvelerà silenziosamente, senza pretese di spettacolarità andando incontro alla polvere, ad una chiusa che esce da scenari interni per dare vita ad un piccolo viaggio la cui tensione si fa presente in piccoli gesti, sguardi muti ed essenziali.
Forse non sarà quel capolavoro di genere che molti dipingono ma senz’altro la prima opera di Arévalo premiata ai Goya (gli Oscar spagnoli) con 4 riconoscimenti è un buonissimo racconto artigianale, impeccabile ed equilibrato nella struttura, lontano dalla pretesa che le azioni e le identità dei protagonisti ci portino inevitabilmente ad entrare in contatto con loro, nonostante il percorso narrativo metta in luce proprio la ricerca o la mancanza di un contatto umano, nel senso carnale e fisico della sua accezione.

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