La tragedia delle Foibe: oggi il ricordo.

10 FEBBRAIO ’13, ROMA – .. Va ricordato l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe (…) e va ricordata (…) la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali”.  (Giorgio Napolitano, in occasione della celebrazione del “Giorno del ricordo”. Roma, 10 febbraio 2007).
Oggi si celebra il Giorno del Ricordo, istituito per la prima volta nel 2005, con un colpevole ritardo di circa 60 anni, per non dimenticare quanto accaduto nelle terre tra Italia ed Ex Jugoslavia, tra il 1943 e il 1947, a cavallo tra l’armistizio tra Italia e Alleati e la fissazione dei confini fra il nostro Paese ed il regno di Tito. Il riconoscimento ufficiale di quanto avvenuto con un una legge del 2004 (che ha appunto consacrato il 10 febbraio al ricordo di un incubo durato quasi 4 anni e che ha riguardato cittadini italiani) deve solo far riflettere circa la cecità e l’ipocrisia di quanti, dopo il ritorno in patria degli infoibati, si sono resi colpevoli del negazionismo e dell’oblio in cui è caduto per troppo tempo il rumore dei 6 mila crani spaccati sulle appuntite rocce degli strapiombi del Carso.

Le foibe sono i grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati i corpi delle vittime, specie di grotte sotterranee che cadono a strapiombo dalla superficie fino ad arrivare anche a centinaia di metri di profondità: un baratro di buio e roccia dura, pietra. Per massacri delle foibe, si intende la pulizia etnica di cui furono oggetto gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia durante la seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente seguenti.

Solo negli anni ’90 si decise di approfondire in maniera più scrupolosa quanto avvenne in quelle zone, ma ancora oggi nella pubblica opinione vi è una percezione distorta della reale portata di quei massacri, delle loro cause, del loro sviluppo, della drammaticità di quanto accaduto; talvolta, vi è anche mera ignoranza, dovuta a quel disinteresse che porta a dare poco spazio a questa triste pagina nei libri di storia che si studiano a scuola.

La prima ondata di violenza si ebbe dopo l’armistizio del 1943, a seguito del quale i territori dell’Istria e della Lorena rimasero occupati dai nazisti ed iniziarono a rendersi più attive le formazioni partigiane per la liberazione, con creazioni di Tribunali improvvisati, che con procedimenti sommari, andavano a vendicarsi contro i fascisti e gli italiani non comunisti. I partigiani avevano l’obiettivo di annettere questi territori alla Jugoslavia, liberarli quindi dall’occupazione nazi fascista ed ogni minaccia, pericolo, opposizione o anche solo potenziale fastidio alla realizzazione del piccolo impero comunista di Tito doveva essere eliminato. Nelle foibe finivano i cadaveri (e pure persone ancora in vita) non solo di nazisti e fascisti, ma anche di italiani non comunisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani, bambini: ad onor del vero, le foibe rappresentano l’immagine, il simbolo del massacro che avvenne anche in forme diverse. Infatti, teatro di molte uccisioni furono i campi di prigionia jugoslavi o anche il tragitto di deportazione verso di essi. A raccontare questi errori  stato Graziano Udovisi, morto nel 2010, l’ultimo superstite che riuscì a fuggire da una foiba.

La persecuzione, le esecuzioni sommarie, la caccia all’italiano non finiscono fino alla primavera del 1947, dopo più di 3 anni e sei mesi, alla fissazione dei confini, come ricordato poco sopra.

Tuttavia, il dramma degli istriani non finisce qui: nella frase riportata in apertura del Presidente delle Repubblica è racchiusa tutta la tragedia di questa popolazione e tutta la responsabilità delle istituzioni politiche nell’aver contribuito al prosieguo delle disgrazie di uomini e donne per soli motivi ideologici e di convenienza.

Istria e Dalmazia nel 1947 furono cedute alla Jugoslavia: di colpo, oltre 350 mila persone si ritrovarono addosso l’etichetta di esuli indesiderati. Non rappresentavano altro se non tante bocche da sfamare, senza niente in tasca e il loro paese, l’Italia, non gli riserva un’accoglienza calorosa. Da una parte, la sinistra italiana li ignorava: come poteva suscitare solidarietà, pietà chi scappava dalla Jugoslavia, paese comunista alleato allora con l’URSS, dove si era realizzato il sogno del socialismo reale? Fu proprio la vicinanza ideologica con Tito la ragione  che portò il Partito Comunista Italiano a non affrontare di petto il dramma degli infoibati.

Ma il disinteresse fu bipartisan perché anche i democristiani considerarono i profughi dalmati cittadini di secondo piano e non stettero a spendere troppo tempo per approfondire quello che era accaduto ed aiutare i poveri disgraziati, profughi, si, ma sempre italiani. Infine, i nostalgici del regime fascista non erano molto propensi a raccontare quello che era accaduto nei territori istriani occupati dai nazisti, praticamente annessi al Terzo Reich negli ultimi due anni di guerra.

Oggi, il luogo “simbolo” del ricordo è la foiba di Basovizza, a pochi chilometri da Trieste, a 377 metri d’altitudine sul Carso, divenuta monumento nazionale.

In questa giornata la Rai dedica, in memoria dei martiri e dei profughi giuliani, istriani e dalmati , gran parte del suo palinsesto in radio, tv e web, mentre, tra le iniziative promosse in tutta Italia si inserisce quella delle Biblioteche di Roma che hanno organizzato un ciclo di conferenze, mostre e proiezioni, ma anche una serie di incontri nelle scuole con i protagonisti delle tragiche esperienze.

MOSE’ TINTI

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