La storia di Amina Filali: un suicidio che deve far scuotere le coscienze

LARACHE (MAROCCO), 1 APRILE 2012- Amina Filali è una ragazza di soli 16 anni che, dopo aver subito violenze di ogni tipo dal suo aguzzino che l’ha violentata e picchiata, è costretta a sposare il suo stupratore.
Ed è costretta proprio da ciò che invece dovrebbe proteggerla cioè la legge.
Infatti l’art. 475 del codice penale marocchino prevede per chi compie il sequestro di una donna (l’articolo non fa riferimento espresso alla violenza sessuale) la possibilità di non andare in carcere sposando la vittima. E molto spesso è ciò che accade. Una sorta di “immunità” concessa dalla legge che i sequestratori e violentatori preferiscono ovviamente al carcere soprattutto se consideriamo che per questo reato le pene sono molto severe: se la vittima è maggiorenne è prevista la reclusione fino a 10 anni, fino a 20 se è minorenne.

Questo è quando accaduto ad Amina. L’onta della violenza doveva in qualche modo essere cancellata e la sua famiglia ha deciso per lei di trovare un accordo con lo stupratore ossia quello del matrimonio “riparatore. Il codice penale marocchino in realtà non permette questo tipo di accordo in caso di minore età della vittima però in questo caso il tribunale ha ritenuto che fosse in qualche modo possibile, che ci fossero circostanze “speciali” tali da permetterlo.

E cosi Amina viene condannata da quella stessa legge che avrebbe dovuto proteggerla e finisce tra le braccia del suo aguzzino con la complicità della sua stessa famiglia che per scongiurare la vergogna della violenza vuole anch’essa il matrimonio “riparatore”.

Amina cosi si sente davvero in trappola, accerchiata da tutto e tutti e cosi decide qualche giorno di porre fine a tale condanna suicidandosi.

Il Paese è stato subito pervaso da uno spirito spontaneo di indignazione che ha portato un corteo pacifico di centinaia di persone fino al palazzo di giustizia ove è stato deciso il destino di Amina per chiedere l’abolizione dell’art. 475 del codice penale marocchino ed anche una legge per tutelare veramente le donne.

L’indignazione è corsa anche sul web, è stata organizzata una raccolta di firme dall’organizzazione indipendente no profit avaaz.com (http://www.avaaz.org/it/forced_to_marry_her_rapist_b/?vl) ed è stato aperto un gruppo sul social network facebook (https://www.facebook.com/groups/188082354639954/ ) proprio in ricordo di Amina, della sua storia e di quella di tante altre donne che come lei sono state vittime non solo dei loro violentatori ma anche della legge.

Di fronte a tanta indignazione il governo marocchino sembra si stia muovendo, “Questa ragazza è stata violentata due volte, la seconda quando è stata sposata” ha commentato il portavoce governativo e ministro della comunicazione Mustapha el Khelfi, assicurando che “studieremo in modo approfondito la situazione (…) considerando anche la possibilità di aggravare le pene nel quadro di una riforma dell’articolo 475”. Il ministro della Giustizia Mustapha Ramid si è impegnato a mettere in piedi una commissione speciale per lavorare sulle disposizioni penali per garantire una migliore protezione dei diritti delle donne.

Nel 2004 una vento riformista sembrava aver pervaso il Marocco con un nuovo diritto di famiglia con cui è stata abolita l’obbedienza dovuta dalla moglie al marito, la possibilità per lo stesso di divorziare per decisione unilaterale fuori dai tribunali e il suo diritto esclusivo all’affidamento dei figli.
Un nuovo diritto di famiglia che, però, secondo i dati dell’ Onu non corrispondono alla realtà. In Marocco vi sono solo poco 3.6 casi di stupro denunciati su 100.000 donne e quasi una donna su quattro è stata sessualmente aggredita almeno una volta nella vita.

Amina si è suicidata, ma forse ha ragione chi sostiene invece che Amina in realtà è stata uccisa, condannata dal fatto di essere una donna in un paese in cui esserlo può significare morire.

AVV. VALENTINA COPPARONI

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