La storia della precarissima Babele di migranti

UN TEMPO TORRE DORATA PER VILLEGGIANTI

 

4) Le fatiscenti condizioni all’interno della “torre”, foto di Ennio Brilli
4) Le fatiscenti condizioni all’interno della “torre”, foto di Ennio Brilli

PORTO RECANATI – di Marco Benedettelli – La prima pietra dell’Hotel House fu posata nel 1969, sull’onda del boom economico che aveva portato alla ribalta il ceto medio, pronto ad acquistare un piccolo appartamento per le vacanze estive, mentre palazzoni analoghi vista mare spuntavano anche sulla costa di Lido Tre Archi, Porto San Giorgio e altre località della costa sud marchigiana. Il complesso fu realizzato secondo i canoni dell’architettura razionalistica, con una pianta cruciforme ispirata ai grattacieli disegnati da Le Corbusier per il Plan Voisin (1925) di Parigi. Anche se in realtà il progetto nacque sotto la cattiva stella della speculazione edilizia, fu avviato infatti poco prima che il Comune di Porto Recanati approvasse il proprio piano regolatore.

Nei primi anni di esistenza l’attuale “Torre di Babele” vive il suo periodo d’oro, dimostrandosi autentico polo attrattivo della cittadina rivierasca, ma poi le cose sono cambiate. L’originale progetto, che prevedeva una vasta area di servizi integrati al palazzo, resta mutilato dopo il fallimento della ditta appaltatrice, nel 1973, e il suicidio del suo titolare.

Il luogo inizia a patire il letargo invernale: pieno come un uovo d’estate, nei mesi freddi è un’area semidisabitata. Ci vanno a vivere gli sfollati del terremoto di Ancona del ’72, ufficiali dell’aeronautica, collaboratori di Giustizia inseriti in programmi di domicilio coatto e, dagli anni ’80, le ballerine di night della zona. Si dice che nei suoi 480 appartamenti si imboschino anche militanti delle Brigate Rosse in clandestinità.

 

5) Una delle piaghe croniche è la difficoltà nello smaltimento dei rifiuti, foto di Ennio Brilli
5) Una delle piaghe croniche è la difficoltà nello smaltimento dei rifiuti, foto di Ennio Brilli

Poi i villeggianti cominciano ad andarsene, proprio in concomitanza dell’arrivo dei grandi flussi migratori negli anni ’90, quando le Marche sono ancora in grado di richiamare manodopera per le aziende allora in forte ascesa. I primi extracomunitari ad insediarsi all’Hotel House sono gli albanesi e i macedoni. Poi i senegalesi. Dieci anni fa circa, il terzo flusso è dall’Asia meridionale. L’abbandono degli italiani e il progressivo insediamento dei migranti si rafforza quando alcuni condomini danno in gestione i propri appartamenti da affittare ai portieri e ad agenzie immobiliari che intercettano soprattutto la domanda di extracomunitari. Stipando spesso di affittuari gli appartamenti di appena 54 mq ciascuno. Negli anni molte famiglie di lavoratori decidono di stabilirsi e comprare i mini appartamenti, mettendo radici e dedicandosi alla crescita sociale della comunità. Poi con la crisi del 2007 l’occupazione crolla e molti nuclei di lavoratori immigrati iniziano ad andarsene. Per esempio i pachistani partono in massa per le periferie delle metropoli inglesi. Oggi un centinaio di case sono state pignorate per insolvenza dei mutui. Un appartamento che già valeva appena 64mila euro, lo si compra per 8mila.

Per un approfondimento si raccomanda l’ottimo volume “Hotel House. Etnografia di un condominio multietnico”, di Adriano Cancellieri, in download gratuito sul sito http://www.professionaldreamers.net.

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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