La follia di Kevin: chi l’ha prodotta e che cosa produce.


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Stavolta consigliamo la visione di un film: e stavolta dobbiamo confessare che è come invitare qualcuno a prepararsi a ricevere un pugno ,forte, dato senza pietà ,sullo stomaco. Ma d’altra parte la verità ,se il più delle volte ti arriva con l’armonia e la luce morbida della bellezza ,può anche giungere,in occasioni meno frequenti, sotto il lampo livido della violenza e della crudeltà. Il film “Dobbiamo parlare di Kevin” è un’opera della talentuosa ,quanto eccentrica, regista scozzese Lynne Ramsay che ha suscitato unanimi apprezzamenti da parte della critica nell’edizione dello scorso anno del Festival di Cannes. L’argomento in verità non è nuovo né inedito sugli schermi : adolescenti che fanno strage di coetanei hanno sempre suscitato prima che l’interesse dei cineasti ,quello più superficiale,e più insidioso, dei media. Dalle stragi stile Columbine ,al massacro dei giovani socialisti sull’isolotto norvegese, il presente purtroppo ci ha abituato all’idea che la follia omicida possa esplodere ovunque e con modalità e ritualità a dir poco inquietanti nella loro lucida e pianificata ferocia. In questo film particolare –girato con un linguaggio filmico originale ed ambiguo che appare intenzionato a sovrapporre ,senza stacchi e distinzione di contorni, l’onirico dal reale ,il soggettivo dal resoconto oggettivo –l ’autrice assegna all’evento fatale ,quello della strage al college compiuta con arco e frecce dall’adolescente Kevin,un tempo d’attenzione minimo ,privilegiando invece il materiale narrativo -ricordi,flash-back,rimandi-che precede l’esplosione di follia . Girato nel Connecticut,interpretato da un cast straordinario –un ‘intensa Tilda Swinton nel ruolo di Eva,la madre , John Reilly, nella parte del padre, Jasper Newell ed Ezra Miller,rispettivamente Kevin bambino e Kevin adolescente -il film propone l’analisi condotta, senza pregiudizi di sorta ,di un legame distorto e malato fra una madre che non riesce ad amare la propria creatura ed un figlio che esercitando la propria crudeltà sull’ambiente di vita della famiglia cerca di punire sadicamente il genitore che gli si è negato all’inizio del rapporto. Ci troviamo di fronte alla fabbrica dei mostri –la famiglia più che la società ,in questi oscuri tempi,viene chiamata in causa come soggetto responsabile-o all’incapacità d’amare di cuori e coscienze malate? Evitando contemporaneamente le rotte pericolose del melodramma famigliare,stile Douglas Sirk,ma anche la tentazione dell’impostazione demoniaca della brutale vicenda, esibita e mostrata nel crescendo degli orrori,la pellicola sembra voler mettere in scena dubbi , paure,angosce,sensi di colpa di una famiglia della classe media americana che trovano nella follia di Kevin il loro collettore .Di una società come quella americana ,sempre attenta a risolvere i problemi personali con la psicoterapia ,–in questa storia gesti abnormi sono piuttosto rimossi che fatti oggetto d’analisi psico-pedagogica- la regista ,che ha scritto la sceneggiatura assieme al marito sulla base di un best seller letterario ,vuol mostrare l’esigenza ipocrita della buona “performance” ad ogni costo: una buona famiglia della middle-class non interviene in forma drastica sui suoi malatissimi sentimenti , per non esporsi ad un severo giudizio esterno,preferendo così nascondere sotto il tappeto,senza eliminarlo, lo sporco presente in casa.

PROF. ANTONIO LUCCARINI

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