La Corte di Strasburgo sulla legge 40: interferisce sul diritto alla vita privata e familiare

STRASBURGO, 29 Agosto 2012 – La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha stabilito ieri che la Legge 40 del 2004, sulla procreazione assistita, viola l’articolo 8 della Convenzione – contenente il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Il caso portato di fronte alla Corte, Costa and Pavan v. Italy, riguarda una coppia di portatori sani di fibrosi cistica che avrebbe voluto evitare di trasmettere la malattia al nascituro con l’aiuto della procreazione assistita e dello screening genetico. La Corte ha riscontrato in primis un’incoerenza della legge italiana che nega l’accesso allo screening embrionale ma autorizza l’aborto nel caso in cui il feto mostri i sintomi della malattia. Inoltre, ha concluso che tale legge interferisce in maniera sproporzionata sul diritto alla vita privata e familiare dei ricorrenti.

Il casoI ricorrenti, Rosetta Costa e Walter Pavan, 37 – 39 anni, hanno avuto una figlia nata con la fibrosi cistica nel 2006. Fu in quel momento che hanno scoperto di essere portatori sani di tale malattia. Nel 2010, la Signora Costa in attesa del secondo figlio, si è sottoposta a screening del feto, che risultava affetto dalla malattia. La gravidanza fu poi interrotta per motivi medici.

La coppia ora sta cercando di avere il secondo figlio con una fecondazione in vitro, così che il feto può essere sottoposto a screening prima dell’impianto nell’utero. Tuttavia, la legge italiana (l.40 del 2004) proibisce l’impianto del feto, nonostante ammetta la fecondazione in vitro nel caso di coppie sterili o in quelle dove l’uomo ha una malattia sessualmente trasmissibile come l’HIV o l’epatite B o C, per evitare il rischio di trasmissione.

La sentenza della Corte – I ricorrenti si sono rivolti alla Corte di Strasburgo sulla base dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare): infatti, secondo la legge italiana, l’unico modo di evitare al nascituro la fibrosi cistica è quella di rimanere incinta naturalmente e sottoporsi alla terminazione della gravidanza ogni volta che il feto risulti positivo alla malattia. Inoltre, secondo l’articolo 14 (divieto di discriminazione), i ricorrenti hanno affermato il loro diritto a non essere trattati diversamente rispetto alle coppie sterili o a quelle in cui l’uomo è portatore di una malattia sessualmente trasmissibile. Il ricorso, presentato alla CEDU il 20 Settembre 2010, è stato deciso nella giornata di ieri, da una Camera composta da 7 giudici. Secondo i giudici, il desiderio dei ricorrenti di fare ricorso alla fecondazione assistita con impianto del feto è espressione del diritto alla vita privata e familiare previsto dall’articolo 8 della Convenzione. Il governo Italian, dall’altra parte, giustifica questa interferenza della legge per proteggere la libertà di coscienza delle professioni mediche ed evitare il rischio di abusi eugenetici. Tuttavia, la Corte si è espressa a favore dei ricorrenti in quanto c’è un’incoerenza di fondo nella legge italiana che proibisce l’impianto degli embrioni sani, ma autorizza all’aborto dei feti che mostrano i sintomi della malattia. Una legge che lascia alla coppia la sola scelta di iniziare gravidanze e terminarle nel momento in cui si fa lo screening del feto. La Corte ha inoltre osservato che solo l’Italia, l’Austria e la Svizzera – tra i 32 Stati del Consiglio d’Europa – proibiscono l’impianto del feto.

Danni riconosciuti– La Corte ha riconosciuto ai ricorrenti un danno morale di 15.000 euro oltre a 2.500 euro di costi e spese, come previsto dall’articolo 41 della Convenzione.

CLARISSA MARACCI

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