La Cassazione conferma la condanna a Sallusti: ha ancora senso il reato di diffamazione?

ROMA, 26  SETTEMBRE ’12 – Si potrebbero aprire le porte del carcere per l’ex direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, 55 anni, per un articolo firmato con uno pseudonimo sulla prima pagina di Libero nel 2007, che gli è valso la condanna per diffamazione aggravata, 14 mesi di reclusione, confermata oggi dalla Corte di Cassazione, nonostante il Procuratore Generale avesse chiesto l’applicazione delle attenuanti generiche. Ma ad Alessandro Sallusti, secondo quanto previsto per pene inferiori a 3 anni, e da noi già pronosticato alcuni giorni fa quando si parlava di carcere, verra’ ‘automaticamente’ sospesa l’esecuzione della pena detentiva dalla Procura della Repubblica di Milano, in attesa che presenti una richiesta di misura alternativa.

”Ho appena annunciato ai miei giornalisti che stasera mi dimetto”. ha commentato Sallusti. ”Mi rifiuto di essere rieducato da qualcuno, credo che l’affidamento deve avvenire per qualcuno che spaccia droga magari anche per qualche politico che ruba”, ha detto il direttore del Giornale, spiegando di non avere intenzione di chiedere l’affidamento ai servizi sociali.

”Mi rifiuto di chiedere la grazia al presidente Napolitano, perche’ credo che in quanto capo della magistratura italiana in questi 7 anni non abbia difeso a sufficienza i cittadini dall’invadenza di una giustizia politicizzata’

L’articolo incriminato. Sallusti rischia per un caso scoppiato nel 2007, quando era direttore responsabile di Libero. L’articolo, corredato da commento firmato con uno pseudonimo, riguardava indirettamente un giudice tutelare, Giuseppe Cocilovo, tirato in ballo nella vicenda choc di una tredicenne che il Tribunale di Torino aveva autorizzato ad abortire, e che poi aveva avuto bisogno di un ricovero in una clinica psichiatrica per le conseguenze della vicenda, raccontata inizialmente dalla Stampa e ripresa poi il giorno successivo, con grandi polemiche, da alcuni quotidiani tra cui proprio Libero.

L’articolo con la cronaca della triste vicenda era a firma di Andrea Monticone, mentre il commento, firmato con lo pseudonimo “Dreyfus”, è quello che ha scatenato le polemiche. Tra le righe, con esagerazione, si scriveva “se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”. E sebbene non vi fosse il riferimento diretto del giudice tutelare del caso o non fosse riportato il nome, Cocilovo si sentì bersagliato e sporse querela, ritenendosi diffamato.

Lo pseudonimo. Lo pseudonimo “Dreyfus” è il riferimento al celebre scandalo di fine Ottocento in Francia. Da mesi quella firma compariva sotto ai commenti di prima pagina, suscitando curiosità e chiacchiere sulla vera identità dell’autore. Voci non confermate volevano che dietro a “Dreyfus” ci fosse Renato Farina, ex vicedirettore di Libero che lasciò l’Ordine dei giornalisti per i suoi documentati rapporti con i servizi segreti. Ma lo pseudonimo equivale a una non-firma, pertanto dei contenuti dell’articolo rispondeva per legge il direttore responsabile del giornale, che nel 2007 era Alessandro Sallusti (vi rimase fino al luglio 2008).

La condanna. Alessandro Sallusti fu condannato in primo grado a risarcire circa 5.000 euro al magistrato bersagliato nell’articolo. Ma il giudice fece ricorso e in appello il direttore fu condannato a 14 mesi di carcere. La condanna, per omesso controllo e diffamazione aggravata a mezzo stampa, è stata emessa dalla prima sezione della Corte d’Appello di Milano il 17 giugno scorso, ma Sallusti oggi direttore del Giornale ne sarebbe venuto a conoscenza solo alcuni giorni fa. Condannato anche il giornalista che scrisse la cronaca del fatto, Andrea Monticone: in primo grado condannato a pagare 4.000 euro di ammenda e in secondo grado, condannato a un anno di carcere, con la sospensione della pena con la condizionale.

In che consiste il reato di diffamazione a mezzo stampa? Quali aggravanti?

Il reato di diffamazione, perseguibile a querela di parte, punisce con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a 1032 euro chiunque offende l’onore o il decoro di altri comunicando con più persone. La pena è aggravata (reclusione fino a due anni o multa fino a euro 2.065) se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto specifico e determinato ed è ulteriormente aggravata (reclusione da 6 mesi a 3 anni o multa non inferiore  a 516 euro) se la diffamazione è compiuta a mezzo stampa, media televisivi o internet.
Per quanto riguarda la diffamazione a mezzo stampa, esclude il reato il c.d. “diritto di cronaca” purchè sussistano contemporaneamente tre condizioni: che la notizia data sia vera, che esista un interesse pubblico alla conoscenza di quei fatti e che siano rispettati i limiti in cui tale interesse sussiste mantenendo l’informazione entro i confini dell’obiettività.

In materia di diffamazione a mezzo stampa o comunque con ogni mezzo di pubblicità, poi,  l’art. 596 del nostro codice penale prevede che il colpevole dei delitti di ingiuria e diffamazione non e’ ammesso a provare, a sua discolpa, la verita’ o la notorieta’ del fatto attribuito alla persona offesa (c.d. prova liberatoria).Tuttavia, quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la persona offesa e l’offensore possono, d’accordo prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giuri’ d’onore il giudizio sulla verità del fatto medesimo. Quando poi l’offesa consiste nella attribuzione di un fatto determinato, la prova della verita’ del fatto medesimo e’  sempre ammessa nel procedimento penale: 1) se la persona offesa e’ un pubblico ufficiale ed il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni; 2) se per il fatto attribuito alla persona offesa e’ tuttora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale; 3) se il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad esso attribuito.
Se la verità del fatto è provata o se per esso la persona, a cui il fatto è attribuito, è per esso condannata dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore della imputazione non e’ punibile (salvo che i modi usati non rendano comunque applicabili le disposizioni in materia di ingiuria e diffamazione). La Corte costituzionale, inoltre, con sentenza 14 luglio 1971, n. 175, ha stabilito che la cd. prova liberatoria deve ritenersi sempre ammessa allorché la diffamazione (con attribuzione di un fatto determinato) sia stata commessa nell’esercizio del diritto di cronaca, in quanto tale prova mira a dimostrare l’esistenza della causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p.

Perché è stato condannato anche il cronista che ha semplicemente riportato i fatti?

In prima battuta è l’autore dell’articolo, perché è lui che riporta i fatti e li valuta. Il direttore ha una responsabilità di controllo che sfiora la responsabilità oggettiva.

 Come mai il giornalista è stato condannato nonostante nell’articolo non sia citato il nome del querelante?

Perchè se dai fatti riportati emerge in maniera chiara il soggetto a cui ci si riferisce, è superfluo il fatto che via sia indicato il nome. Comunque fughiamo ogni dubbio e preoccupazione: Sallusti al 99%  non andrà in carcere neanche un minuto, perché per ogni condanna a pena inferiore a 3 anni (come in questo caso) l’ordine di esecuzione viene sospeso per un periodo di 30 giorni entro cui il soggetto può richiedere l’applicazione di una misura alternativa (affidamento in prova, detenzione domiciliare, semilibertà) senza passare attraverso la detenzione in carcere.

Ma ha ancora senso nel 2012 il reato di diffamazione, ed in particolare la forma aggravata- che prevede il carcere- della diffamazione a mezzo stampa?

A mio avviso no, è uno delle tante condotte che andrebbe depenalizzata, lasciando una tutela risarcitoria per gli eventuali danni patiti dal diffamato solo civilistica. Poi ci si lamenta che il processo penale è lento e ci si impiegano anni per giungere ad una sentenza! Certo che se i tribunali sono intasati di reati espressione di litigiosità civilistica e non di pericolosità sociale, è ovvio che il sistema giustizia penale si intasi.
Mi lascia però al contempo molto molto perplesso la levata di scudi di tanti, anche politici, che oggi si ergono tutti a difensori del bersagliato Sallusti. Ma non sono forse gli stessi che ad ogni attacco che subiscono minacciano (e poi fanno) querele contro i giornalisti che scrivono?
Ormai una delle prime difese del politico che vuol respingere al mittente le accuse che subisce (quando finisce, ahimé spesso, sotto indagine o processo) è quella di querelare chi ne parla. Un modo per dire al cittadino elettore: “vedi, non è vero nulla!” Tanto poi tra una decina di anni, quando il processo sarà terminato, nessuno si accorgerà dell’esito.

Ecco, ai tanti che oggi difendono la libertà di stampa e gridano allo scandalo (ed in effetti lo è, per un paese civile) per quanto accaduto a Sallusti, io chiedo una sola cosa: coerenza.

AVV. TOMMASO ROSSI

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10 Responses

  1. Luisa Bolgeo
    Luisa Bolgeo at |

    sul fatto che non lo mettano in galera ho forti dubbi, vedremo………….

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  2. Cristina Redaelli
    Cristina Redaelli at |

    …grande dignita'….Sallusti!!!!

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  3. Antonio Parretta
    Antonio Parretta at |

    Se pensiamo ai danni che può provocare la diffamazione, penso che abbia senso il reato di diffamazione; se poi è fatta a mezzo stampa l'aggravante è d'obbligo. Secondo poi, noto con dispiacere che qualcuno mistifica la liberta di informazione con la libertà di diffamazione….. Il giornalista dev'essere una persona seria.

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    1. Cosimo Coscia
      Cosimo Coscia at |

      Non capisco perchè dichiarare il falso equivalga,in alcuni casi, a libertà di espressione e capisco ancor meno l'alzata di scudi di tutti i giornalisti e politici a difesa di dichiarazioni fortemente lesive vs medici e magistrati,mi chiedo:solo ai giornalisti è concesso dire ciò che vogliono a prescindere dal fatto che quel che dichiarano sia vero o no?

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    2. Antonio Parretta
      Antonio Parretta at |

      Qualcuno afferma che chi diffama e distrugge la carriera di un magistrato, di un medico, di un politico, ecc. è solo soggetto a pagare un risarcimento in sede civile (aspettando il giudicato finale)? Da ciò deduco che, il giornalista che ha alle spalle un magnate si può permettere di dire quello che vuole, poichè e nell'interesse del "magnate" distruggere chi lo avversa; mentre un onesto giornalista che vive del suo onesto lavoro deve stare attento a ciò che dice perchè altrimenti paga di tasca propria! Se passa questo principio, la disinformazione sarà nelle mani dei capitalisti…. e come dice l'antico:"a pagare e a morire c'è sempre tempo".

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    3. Antonio Rapisardi
      Antonio Rapisardi at |

      aprite le porte del carcere………….e buttate la chiave!!!

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  4. Nicola
    Nicola at |

    Sono d’accordo sul fatto che la pena detentiva sia esagerata ma forse depenalizzare è eccessivo .
    Penso inoltre sia inopportuno porre alla base di questa valutazioni ragioni di convenienza come lo snellimento del carico di lavoro della nostro macchina della giustizia.
    Personalmente ritengo sia opportuno eliminare solo la pena detentiva e quindi mantenere la pena pecuniaria e le sanzioni paradetentive.

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