Kavafis, la voce riscoperta della poesia politica greca

Per coloro che amano la grande poesia , l’indicazione di un sentiero da percorrere:i versi di Kavafis, citatissimo poeta –quante volte tra i vari pezzi giornalistici o le appassionate orazioni degli intellettuali da talk-show vengono ricordate la sua “Itaca” o la sua “Aspettando i barbari”-ma effettivamente ancora poco letto dal grande pubblico.
Un bell’esempio:“Sostare qui per rimirare, anch’io,un poco la natura.//I luminosi azzurri del mare del mattino// e quelli di un cielo senza nuvole ,presso la riva gialla.//Tutto è bellezza nella diffusa luce.//Sostare qui e avere l’illusione// d’ aver davanti soltanto ciò che si presenta agli occhi:// non più le mie fantasie, nemmeno i miei ricordi,// qui, adesso, non tornino le immaginate forme del piacere.” E’ questa una delle più brevi quanto intense composizioni di Costantino Kavafis, uno straordinario poeta greco del Novecento, forse una delle sue voci più grandi, che ha avuto in vita pochi riconoscimenti e che solo attualmente gode di una fama, meritatissima, a livello internazionale, dopo che, per tanti anni, soltanto pochi autori si erano spesi per la diffusione della sua opera, tra cui, Forster, Ungaretti- che tra l’altro aveva avuto la fortuna di conoscerlo-, Montale. E’ anche vero che l’esigua produzione, la sua ricercata “inattualità”, la scabrosità esibita e non mascherata di alcuni contenuti, l’eccentrica solitudine del personaggio, hanno giocato a sfavore di un suo riconoscimento, in vita, ma la complessità dei temi, la purezza di una ricerca stilistica e sentimentale che non ha uguali,la perfezione formale, sintesi di musicalità e potenza iconica, hanno, alla fine,in un mutato clima culturale, ricollocato la sua figura d’artista sul podio dei più grandi. Perché lo spazio e la ricchezza dei suoi contenuti poetici non consentono un’esaustiva individuazione delle linee della sua poetica, ci soffermeremo su una delle componenti della sua visione, quella indicata dalla cosiddetta “poesia politica”. Vissuto a cavallo di due momenti storici, la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, forse tra i più tragici e fatali della storia occidentale, Kavafis, poeta isolato, senza padri né figli, senza appartenenze a correnti letterarie,circoli o consorterie, fieramente appartato nell’osservatorio di un’Alessandria, la sua città, che vive le ultime luci di un mondo ormai alla fine, tenta il recupero delle tradizioni classiche del linguaggio poetico ,nelle limpide forme e, soprattutto, nelle avvolgenti sonorità ,per parlarci,apparentemente,solo dell’odissea della sua anima. Ma in realtà l’esito acquista ben altre dimensioni e direzioni. Non si tratta, infatti, di un semplice resoconto sentimentale, dell’offerta, per altro ugualmente straordinaria ,del diario di un personale percorso esistenziale. C’è anche spazio per l’ascolto delle voci della storia e del divenire della società, con le mutazioni del costume e le perentorie richieste di un controllo etico. Ma tutto è spostato nella zona del trascorso,in tempi e spazi remoti. Quando compaiono le facce e i problemi della storia, assieme ai dibattiti politici ed ideologici, agli interrogativi del filosofare,alle perenni ed ansiose istanze di tipo religioso, non emergono, a raccontarcele, le figure del presente, ma soltanto quelle del passato, Antonio, Cesare, Tolomeo, Giuliano l’Apostata, i minacciosi barbari. E non per calcolo prudente, per riparo da insidie vicine, né per denunciare la vanità di ogni progettualità collettiva,e neanche per demolire lo stesso concetto d’evoluzione storica,ma per bisogno d’essenzialità, per l’esigenza di misurarsi con le pure strutture dell’essere e del divenire ,senza le opache e fangose interferenze del presente. E quello che è capace di fare con la materia erotica, quando attraverso l’operazione del ricordo, egli dà al verso la capacità di conservare, seppur purificato, tutto l’ardore e il calore dello struggimento dei sensi e lo spasimo sentimentale che li accompagna,così anche la memoria storica riesce a conservare,tramite la soggettività dell’autore che guarda al passato con gli occhi del presente,intatti passioni e valori del divenire. Ed allora,proprio queste poesie “politiche”, riguardanti vere messe in scena dei drammi della storia remota,sono in grado di restituirci meglio di qualsiasi analisi dettagliata, i punti di svolta delle nostre recenti vicende, proprio perché l’operazione poetica è riuscita a cogliere le strutture portanti, spogliate e ripulite di ogni orpello, dell’agire collettivo.
Aveva scritto d’altronde: “L’uomo conosce solo il presente//Gli dei conoscono cose future,//assoluti signori d’ogni luce.//Ma del futuro i sapienti avvertono ciò che s’appressa.//Tra le gravi incombenze dello studio, il loro udito subito si turba//Ad essi giungono le voci misteriose delle cose che il domani ci porta. Seri le ascoltano: ma fuori per le vie,nulla sente la folla con le orecchie sorde”.

PROF. ANTONIO LUCCARINI

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