Katharina Miroslawa si è sempre dichiarata innocente. Dopo 12 anni torna una donna libera.

 

Katharina Miroslava in una foto d'archivio ANSA

PARMA, 21 GIUGNO ’12- Negli anni ’80 il caso fece molto scalpore e appassionò l’opinione pubblica, la stampa lo ribattezzò come il giallo di Parma e oggi, la protagonista di quel caso giudiziario, Katharina Miroslawa, torna in libertà dopo 12 anni di carcere. Anni in cui lei si è sempre dichiarata innocente, convinta e inamovibile a tal punto da rifiutare qualsiasi beneficio che prevedesse una qualche confessione o una collaborazione con le autorità giudiziarie. Successe tutto nel 1986: Carlo Mazza faceva l’imprenditore mentre Katharina faceva la ballerina in un night con suo marito. Si conobbero e si innamorarono e Katharina confessò la vicenda al marito Witold Kielbasinski. Mazza e la bellissima ballerina polacca un giorno decisero di trascorrere dei giorni di vacanza in un isola tropicale e al ritorno da quel viaggio, Carlo Mazza, fu ucciso da due colpi di pistola a bruciapelo. Per il Giudice, Witold avrebbe ucciso Mazza, ma la mandante dell’omicidio sarebbe stata proprio Katharina. Fu così condannata in via definitiva nel febbraio del 1993 a 21 anni e 6 mesi, fece sette anni di latitanza e poi fu arrestata a Vienna.

Ieri Katharina ha lasciato il carcere di Venezia: il Tribunale di Sorveglianza lagunare le ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali e questo significa che non dovrà più far ritorno nella cella del penitenziario della Giudecca, dove è stata reclusa per più di dodici anni come mandante del delitto di Parma. La ballerina non ha mai smesso di dichiarare la propria innocenza: “Non sono la mandante, ha fatto tutto Witold, io amavo Carlo e non ho mai neppure immaginato una cosa del genere” avrebbe dichiarato la donna. Ma la pervicacia a manifestare la propria estraneità all’assassinio «non può di per sé costituire ostacolo alla concessione della misura alternativa richiesta – scrive il Tribunale presieduto da Giovanni Maria Pavarin – […]E si consideri che la donna ha più volte manifestato il proprio intendimento di percorrere la via giudiziaria per ottenere la revisione della sentenza di condanna».

Oggi Katharina ha 49 anni, ha come amici più intimi padre Andrea (ex cappellano del carcere di Venezia) e suor Gabriella, è affascinata da Sant’Agostino e Sant’Ignazio e sogna di laurearsi in teologia. Senza contare che ha chiesto (e ottenuto) di farsi cresimare dietro le sbarre, andando ogni giorno a messa. Nel frattempo continuerà a lavorare come sarta in una cooperativa veneziana, lavoro che aveva cominciato in carcere, come concessione del Giudice, con l’obbligo di rientrare la sera.

STEFANO PAGLIARINI

Twitter: @PagliariniSte

D: Cosa può fare oggi Katharina, per chiedere giustizia di 12 anni rubati, se lei è avvero convinta di essere innocente? Quali sono le procedure e cosa prevede la procedura?

R: Può fare ben poco, perchè ormai la sentenza è definitiva. L’ordinamento italiano prevede l’istituto della revisione del processo (art. 630 c.p.p.), mezzo d’impugnazione straordinario in quanto esperibile soltanto dopo il passaggio in giudicato di una sentenza di condanna. La revisione può essere richiesta solo nei casi tassativamente previsti dal codice di rito ossia sopravvenienza di nuove prove, inconciliabilità dei fatti posti a fondamento della sentenza di condanna con quelli di altra sentenza penale irrevocabile, revoca di una sentenza pregiudiziale posta a fondamento della sentenza di condanna, pronuncia della condanna a seguito di falsità in atti o in giudizio. L’articolo 630 c.p.p. è stato dichiarato di recente incostituzionale (sentenza 4 aprile 2011 n. 113) nella parte in cui non prevede un diverso caso di revisione della sentenza (o del decreto penale di condanna) al fine di conseguire la riapertura del processo, quando ciò sia necessario per conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell’uomo. La richiesta di revisione può essere proposta senza limiti di tempo a favore dei condannati ed è richiesta dallo stesso condannato oppure da un suo prossimo congiunto dinnanzi  alla Corte di Appello nel cui distretto si trova il giudice che ha emesso la sentenza di primo grado. Se la richiesta è accolta, la condanna è revocata con il conseguente proscioglimento che deve necessariamente fondarsi sulla valutazione di nuove prove; qualora, invece, l’istanza venga rigettata la parte può comunque ricorrere in cassazione.

Si deve specificare, comunque, che la signora non è ancora libera, ma è sottoposta alla misura alternativa dell’affidamento in prova al servizio sociale per l’ultima parte di pena che le resta da scontare. All’esito del periodo residuo il tribunale di sorveglianza dovrà valutare il buon esito del periodo trascorso in affidamento e, solo in quel caso, la pena si potrà considerare del tutto espiata.

AVV.TOMMASO ROSSI

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