In provincia di Lecce sta per nascere il primo Cannabis Social Club italiano: pianteranno cannabis per uso terapeutico.

27 MARZO ’13, RACALE (Lecce) – Lucia Spiri, 31 anni, da dodici affetta da sclerosi multipla, giura che gran parte dei suoi problemi si sono attenuati da quando ha intensificato l’uso della cannabis terapeutica. Per dimostrarlo si alza in piedi e nonostante i tremori della malattia, fa il giro della stanza. Con Andrea Trisciuoglio, a sua volta affetto dalla stessa malattia, Lucia ha fondato lo scorso 29 gennaio l’associazione “Lapiantiamo”. L’obiettivo è far nascere nel piccolo comune di Racale, in provincia di Lecce, il primo Cannabis Social Club italiano, ma soprattutto la prima piantagione di cannabis in Italia a scopo terapeutico, per alleviare le sofferenze di chi è affetto da gravissime malattie. Un progetto che viola il codice penale, e che tuttavia i due giovani stanno portando avanti con determinazione. Hanno già individuato un capannone alle porte del Paese dove piantare la canapa ed hanno lanciato una raccolta di fondi online che sta già riscuotendo le prime adesioni.

Si contano i giorni per l’inizio della semina: Spiri e Trisciuoglio vogliono iniziare non più tardi del 23 aprile, in modo da permettere agli aderenti al Cannabis Social Club (per la maggior parte si tratta di malati terminali) di piantare liberamente la propria pianta ed evitare di ricorrere al mercato nero.

La cannabis cura i sintomi di numerose e gravi malattie neurologiche. Viene usata principalmente nella terapia del dolore. Da anni se ne conoscono le proprietà mediche. Soprattutto all’estero, dove i pazienti che ne traggono beneficio sono decine di migliaia. In Italia ci sono invece ritardi. Eppure la prima legge che ne autorizza l’uso terapeutico risale al 1990. L’ultima al 2007. Negli ultimi anni quattro regioni, Puglia, Emilia Romagna, Veneto e Toscana, hanno disciplinato il settore con delibere che garantiscono la copertura finanziaria per l’approvvigionamento dei farmaci. Tuttavia, anche in queste regioni, è molto complicato farsi prescrivere da un medico e quindi riuscire ad ottenere da una farmacia ospedaliera il farmaco a base di cannabinoidi. “In Puglia conosco solo due medici disposti a prescrivere la canapa a uso terapeutico – spiega Andrea Trisciuoglio – in Italia al massimo saranno 15”. Vidmer Scaioli, neurologo in servizio all’Istituto Besta di Milano, sottolinea le resistenze culturali che frenano una corretta applicazione di un farmaco che potrebbe migliorare la qualità della vita di migliaia di pazienti affetti da cancro, diabete, Sla, sclerosi multipla e altre patologie: “Purtroppo la canapa non viene ancora considerata un farmaco a tutti gli effetti, ma una sostanza stupefacente. E così molti medici hanno delle remore nell’utilizzarla per terapie lenitive che, al contrario, all’estero sono ormai all’ordine del giorno”. Il primo scoglio per un paziente è quindi la prescrizione. Tuttavia, anche se munito di una ricetta, non è detto che riesca ad ottenere facilmente il farmaco. “La richiesta – deve essere presentata a una farmacia ospedaliera. Da lì parte una domanda per Roma, all’ufficio centrale stupefacenti, che dovrà rilasciare un “nulla osta”. Ottenuta l’autorizzazione, la farmacia dovrà richiedere il farmaco ad una delle aziende che in Olanda, Canada o Regno Unito producono ritrovati a base di cannabis. Se tutti i passaggi vanno a buon fine, il farmaco arriva al paziente nel giro di un mese. Io ho pazienti in attesa da ottobre, altri dallo scorso giugno”, così ci descrive il lungo iter il medico anestesista Francesco Crestani, dell’associazione cannabis terapeutica .

Andrea Trisciuoglio, 35 anni, è uno dei primi pazienti pugliesi ad aver ottenuto la fornitura del farmaco e da 4 anni circa è riuscito a rialzarsi dalla sedia a rotelle per arrivare oggi a camminare con l’ausilio di una sola stampella. “E pensare che per risolvere gli stessi problemi – aggiunge Trisciuoglio – si utilizzano medicinali che costano allo Stato diverse migliaia di euro e che espongono noi pazienti a terribili effetti collaterali, in alcuni casi anche al rischio di morte”. Lucia Spiri, 31 anni, ha sperimentato la cannabis nel 2008, ad Amsterdam: “Lì ho potuto testare su di me gli effetti benefici di questa sostanza. Sono arrivata in ospedale che ero costretta su una sedia a rotelle e mi preparavo all’idea di doverla usare per il resto della mia vita. Dopo 2 giorni di ricovero ho cominciato a bere tisane con la marijuana (somministrate in tre orari diversi della giornata). Il terzo giorno sono “resuscitata”. Sono infatti riuscita a lasciare la sedia e iniziare piano piano a camminare nuovamente sulle mie gambe, seppur con un aiuto affianco”. A casa di Andrea, invece, nel giugno 2010 si è presentata la polizia. Militante radicale fin da ragazzo, era riuscito con una lunga battaglia politica e personale, a farsi autorizzare l’uso della cannabis terapeutica nel precedente mese di aprile. Le forze dell’ordine hanno voluto verificare ugualmente che non detenesse marijuana illegalmente. Hanno trovato soltanto il Bediol, il farmaco che gli passava l’Asl. Ora non ha paura di sfidare nuovamente la legge con il Cannabis Social Club: «La legge la conosciamo tutti – spiega -, ma abbiamo 13 avvocati e un sindaco come Donato Metallo che ha creduto nel nostro progetto. La nostra si chiama “disobbedienza civile” e andremo fino in fondo».

MOSE’ TINTI

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