Il suicidio assistito di Lucio Magri in Svizzera: depressione e dignità

SVIZZERA, 29 NOVEMRE ’11 – Fine inaspettata e che farà discutere per Lucio Magri, fondatore del Manifesto: suicidio assistito in Svizzera. A darne notizia il quotidiano da lui fondato. Il corpo rientrerà in Italia per essere sepolto a Recanati, la città dove è sepolta la moglie.
Magri aveva già da tempo manifestato la sua volontà in una lettera: «ho deciso di morire», aveva detto prima di decidere tutto, dalla fine alla sepoltura vicino alla sua Mara, nel cimitero comunale di Recanati dove aveva fatto costruire una tomba dopo la morte della moglie. Magri era entrato a far parte del Pci negli anni ’50, poco più che ventenne, dopo un breve periodo nelle fila dei giovani democristiani di Bergamo. Nel 1969, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, in dissenso con le gerarchie del Pci, fu tra i promotori del gruppo (con Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Valentino Parlato) che diede i natali alla rivista «il Manifesto». Venne poi radiato dal partito. In seguito si allontanò dal Manifesto e partecipò alla nascita del Partito della Rifondazione comunista, dove rimase fino al 1995 quando la sua corrente lasciò il partito per rientrare nei Democratici di sinistra. Una scelta che Magri non condivise, decidendo di chiudere la sua esperienza di politica allinterno dei partiti.
Il legame di Lucio Magri con Recanati e’ di origini lontane. Quando fu fondato il
Manifesto, che si era anche costituito come struttura politica in vista delle elezioni del 1972, vennero aperte tre sezioni: a Milano, Roma e, appunto, Recanati. Il suo legame con la città leopardianasi consolido’ quando conobbe Mara, che divenne in seguito moglie. Quando Mara mori’ per un tumore, fu sepolta a Macerata. Ma Magri non amava quella collocazione, e decise di costruire una piccola tomba di famiglia Recanati.
In Svizzera Magri ha potuto scegliere il suicidio assistito, previsto dalla legge, cosa ben diversa dall’eutanasia, dal caso di Eluana Englaro per intenderci.
Superato il momento di dolore per la morte dell’uomo, tornerà certamente in maniera forte all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dell’eutanasia, ovvero del diritto a togliersi la vita in modo indolore, e tutto il vespaio di polemiche che si porta dietro. Il termine greco “eutanasia” significa infatti “dolce morte”. Sul punto si riscontrano considerazioni diverse e legate alla cultura individuale di riferimento. Da una parte vi è chi, aderendo ad una impostazione tendenzialmente laica del diritto alla vita, considera la morte una “scelta di vita” non solo da rispettare ma anche, se richiesto, da agevolare mediante la possibilità di accedere a metodi “indolori”, e dall’altra un’impostazione cattolica che considera la vita non come un diritto dell’individuo al quale, quindi, non può essere riconosciuta alcuna libera scelta su come terminarla.
Come sempre accade la normativa di riferimento rappresenta il punto di incontro e di mediazione tra queste opposte visioni, in relazione ai costumi sociali del momento storico a cui si riferisce .
In Italia l’eutanasia non è disciplinata in maniera autonoma dalla legge, ma deve intendersi come vietata.Applicare la “dolce morte” ad una persona è assimilabile all’omicidio volontario, che l’art. 575 codice penale punisce con la pena non inferiore a 21 anni. Se il colpevole dovesse dimostrare che vi era il consenso della “vittima” si tratterebbe pur sempre di omicidio del consenziente, che l’art. 579 punisce con una pena da 6 a 15 anni di reclusione.
Il codice penale prende invece in considerazione l’ipotesi del suicidio, punendo con l’art. 580 l’istigazione o l’agevolazione al suicidio (pena da 5 a 12 anni).
E cosa succede invece negli altri paesi europei? L’eutanasia è disciplinata solo in Olanda.
Invece in Svizzera è consentito il suicidio assistito attraverso l’opera di un’associazione privata che si chiama “Dignitas”. Molte persone si rivolgono a tale struttura per evitare i divieti previsti nei rispettivi paesi di origine.
Il rifiuto della cura, invece, anche in Italia non è assimilabile ad un suicidio, ma rientra nei diritti della persona, come insegna il caso Welby.
Il problema, come invece emerso nel caso Englaro, sorge quando l’interruzione di ogni forma di trattamento medico o di supporto deve avvenire nei confronti di un soggetto in totale stato di incoscienza.Teoricamente il medico dovrebbe comunque proseguire le cure in assenza di una consapevole espressione della volontà del paziente, entro il limite del c.d. accanimento terapeutico. Quando si raggiunge tale limite non è facile stabilirlo. Spetta al buon senso del medico e dei familiari, o ad una sentenza come invece affermato dal caso Englaro.
Per anni si è discusso in Italia di come stabilire preventivamente dei limiti al diritto alla cura, normando il cd. “testamento biologico”. La ratio di tale istituto sarebbe consentire a chiunque di disporre del proprio trattamento terapeutico qualora si venisse a trovare in stato di incoscienza, ad esempio escludendo preventivamente il ricorso all’alimentazione forzata.
Ma il 12 luglio 2011 la Camera ha approvato il DDL sul “testamento biologico”, che per il varo definitivo dovrà tornare al Senato. I punti principali sono due: le dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) non vincolano i sanitari e viene esclusa la possibilità di sospendere nutrizione e idratazione, tranne che nei casi terminali. Inoltre, i DAT sono applicabili solo se il paziente ha un’accertata assenza di attività cerebrale.

Speriamo che questa volta la morte di Magri possa restare un momento di dolore privato e di rispetto per una scelta che, al di là delle opinioni personali, è e deve restare intima e drammaticamente propria. Nessuno può permettersi di giudicare le ragioni che portano una persona a decidere che non vale più la pena svegliarsi la mattina per veder sorgere il sole.
E che decide di morire con “dignità”.

AVV.TOMMASO ROSSI

 

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