Il figlio del boss Provenzano chiede diritti e dignità per il capo di Cosa Nostra. Su Servizio Pubblico l’audio della vedova Borsellino ai pm

MILANO, 16 MARZO ’12 – “Diritti e dignità” per Bernardo Provenzano. È quanto chiesto dal figlio del capo dei capi di Cosa Nostra, Angelo Provenzano, intervistato dalle telecamere di “Servizio Pubblico”, la trasmissione di Michele Santoro andata in onda ieri sera e dedicata al caso Borsellino e alle trattative Stato-mafia. “Chiedo che si faccia una perizia per capire se mio padre è capace di intendere e di volere e se a livello neurologico possa essere curato – ha aggiunto il figlio del boss – Non posso stabilirlo io, deve stabilirlo lo Stato. Noi siamo consapevoli che sarà difficile che mio padre possa essere scarcerato, ma quello che chiediamo e continueremo a chiedere è che venga curato”. Un intervento quello di Provenzano Junior che gli altri ospiti della trasmissione, tra cui il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, in collegamento video, ma anche Walter Veltroni, Claudio Martelli e il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, hanno definito inquetante. In particolare Ingroia ha parlato di un linguaggio “organico all’ambiente in cui (Angelo Provenzano, ndr) è cresciuto”. Il figlio del super boss ha aggiunto “Mio padre vive un decadimento neurologico tale da non poter permettere la somministrazione di cure chemioterapiche per il suo tumore alla prostata. È sempre un cittadino italiano, un essere umano, la dignità umana va rispettata. Se mio padre è così scomodo allora qualcuno si prenda allora la responsabilità di istituire la pena di morte, anche ad personam”. E alla domanda su chi siano a suo giudizio i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, Angelo Provenzano ha risposto: “Per me sono due vittime immolate sull’altare della Patria. Sono due vittime della violenza”.

Riaperte le indagini sulla strage di via D’amelio.

Nella puntata di ieri sera di Servizio Pubblico è stata fatta sentire anche la deposizione della vedova di Paolo Borsellino, rilasciata ai pm di Caltanissetta che hanno riaperto le indagini sulla strage di via D’Amelio. Era il 19 luglio del 1992. Il giudicedopo aver pranzato con la moglie e i figli si era recato in via D’Amelio dove viveva sua madre. Nei pressi dell’abitazione una Fiat 126 carica di esplosivo saltò in aria provocando la morte di Borsellino e di cinque agenti di scorta, tra cui una donna. L’audio della signora Agnese, la vedova del giudice, è stato fatto sentire in trasmissione: “Paolo mi ha accennato che c’era una trattativa tra la mafia e lo Stato. Dopo la strage di Capaci mi disse che c’era un colloquio tra mafia e pezzi infedeli dello Stato. Questo è accaduto a metà giugno”. Nel corso del programma, inoltre, è stato ricordato che la vedova aveva descritto un Borsellino sconvolto che parlava di rapporti di prossimità tra alcuni pezzi dello Stato e la mafia, e che aveva definito “punciuto”, cioè uomo d’onore, l’ex capo del Ros, Antonio Subranni. Il giudice Borsellino avrebbe detto alla moglie che la mafia lo avrebbe ucciso “solo quando altri glielo consentiranno”.

ELEONORA DOTTORI

 

D: Che cos’è il 41 bis?

R: E’ il cosiddetto “carcere duro”, ossia un regime carcerario speciale previsto dalla legge di ordinamento penitenziario n. 354/1975 che viene disposto caso per caso dal Ministro di Giustizia, il quale decide di sospendere il trattamento penitenziario ordinario in presenza di gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica o nei confronti di soggetti detenuti per alcuni gravissimi reati tra cui l’associazione a delinquere di tipo mafioso in presenza di elementi che ne facciano ancora presupporre il collegamento con l’associazione. Il regime del carcere duro impone grosse restrizione alla vita carceraria, ad esempio limitazioni al diritto di visita e colloquio, alle interazioni con gli altri detenuti, controllo della corrispondenza, limitazione della permanenza all’aperto.

AVV.TOMMASO ROSSI

 

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