Il criminale Vallanzasca viene riammesso al lavoro esterno dopo la sospensione per alcune intemperanze.

MILANO, 6 FEBBRAIO ’12 – Renato Vallanzasca, il noto criminale italiano condannato complessivamente a 290 anni di reclusione, dall’8 maggio 2010 usufruisce del beneficio del lavoro esterno. Tutte le mattine esce alle 7.30 dall’istituto di pena di Bollate per lavorare, e vi rientra alle 19.00 Il regolamento penitenziario prevede che, per recarsi al lavoro e tornare in carcere, Vallanzasca debba seguire un percorso obbligato, ma nel maggio 2011 il bel Renè ha sgarrato – si dice per incontrare segretamente una donna – e la misura gli è stata sospesa. Da ieri, però, è tornato di nuovo a beneficiare della misura e oggi è impiegato in un’azienda informatica a nerviano, nel Milanese.

Decenni di crimini e fughe. Renato Vallanzasca, soprannominato il “bel Renè” per i suoi occhi cerulei e il suo affascinante aspetto, negli anni ’70 è stato autore di rapine, sequestri, omicidi e ripetute evasioni. E’ stato condannato a 4 ergastoli, per un totale di 290 anni di reclusione, ed ha ispirato un controverso film diretto da Michele Placido nel 2010: “Vallanzasca. Gli angeli del male”.

La carriera criminale di Renè comincia prestissimo, a soli 8 anni anni, quando libera una tigre da un circo. Pochi anni dopo, inizia con una piccola combriccola di amici a sperimentare furti e taccheggi, per poi passare alle rapine, con cui accumula ingenti ricchezze. Nel 1972, a soli 22 anni, viene arrestato dalla squadra mobile di Milano, diretta da Achille Serra, per una rapina in un supermercato. Recluso in carcere, si rende responsabile di risse e pestaggi e partecipa alle sommosse dei detenuti. Quattro anni dopo trova il modo di contrarre volontariamente l’epatite e viene trasportato d’urgenza all’ospedale di Novara, dal quale evade con l’aiuto di un poliziotto compiacente. Ormai latitante, mette a segno con la sua banda una settantina di rapine a mano armata, provocando una lunga scia di omicidi. Successivamente decide di passare dalle rapine ai sequestri di persona e nel 1977, nell’ambito di uno di questi, viene catturato e riportato in carcere. Nel 1980 tenta di nuovo la fuga dal carcere, ma in uno scontro a fuoco viene ferito e riportato in cella. Nel 1981 contribuisce a fomentare l’ennesima rivolta carceraria e, approfittando della confusione, uccide l’amico Massimo Loi, un giovane collaboratore di giustizia responsabile di alcuni atti contro il bel Renè e la sua famiglia. Si racconta che Vallanzasca, che ha sempre negato la responsabilità di quest’omicidio, abbia infierito sul suo corpo esanime dell’amico decapitandolo e giocando a pallone con la sua testa. Dopo tale vicenda, Renè viene condannato al regime di carcere duro. Riesce però ad evadere nuovamente nel luglio 1987, scappando rocambolescamente attraverso un oblò del traghetto che da Genova avrebbe dovuto condurlo al carcere dell’Asinara, in Sardegna. Neppure tre settimane dopo viene fermato ad un posto di blocco mentre cerca di raggiungere Trieste e viene riportato in carcere. Nel 1995 tenta senza successo un’ altra fuga dal carcere di Nuoro. Nel 2005 usufruisce di un permesso speciale di tre ore per incontrare l’anziana madre, che per lui chiede la grazia, mai concessa, al Presidente della Repubblica e al Ministro della Giustizia. Dall’8 marzo 2010 Vallanzasca, rinchiuso nel carcere di Bollate, usufruisce del beneficio del lavoro esterno. E a maggio 2011 la Corte di Cassazione ha stabilito che dovrà rimborsare allo Stato le spese di mantenimento in carcere. “Io non sono un pentito, non sono cattolico e forse non sono nemmeno cristiano. Io ho una visione critica del mio passato e di quello che ho fatto”, ha detto di sé il bel Renè.

FEDERICA FIORDELMONDO

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