Il caso Sallusti fa aprire gli occhi sul reato di diffamazione

ROMA, 25 OTTOBRE ’12 – La conferma della condanna a 14 mesi di reclusione nei confronti del direttore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti ha suscitato e continua a suscitare polemiche e riflessioni sul tema del reato di diffamazione.

Come è noto, Sallusti è stato condannato per il reato di diffamazione collegato all’omesso controllo di due articoli pubblicati il 17 febbraio 2007, quando era direttore della testata “Libero”. Questi articoli attaccavano il magistrato Giuseppe Cocilovo, al quale, secondo le parole della Cassazione, è stato accreditato “un inesistente ruolo di protagonista nella procedura dell’aborto, rappresentata come cerimonia sacrificale di una vita umana, in nome della legge” ed attribuita una “funzione ed un’immagine di crudele e disumano ‘giustiziere’, meritevole di essere posto nella gogna mediatica con la qualifica di ‘assassino’”.

Dalla nascita della Repubblica ad oggi, molte sono state le condanne di giornalisti per vari reati di diffamazione, ma mai per loro si erano aperte le porte del carcere e, nel momento in cui Sallusti vi entrerà, l’Italia godrà della poca invidiata esclusiva di essere l’unica democrazia occidentale ad avere un giornalista in carcere (a farci compagnia saranno, invece, tra gli altri Stati, Ruanda, Vietnam, Corea del Nord, Burundi).

Di fronte alla proclamazione della sentenza, è esploso il dibattito e tutti si sono improvvisamente resi conto che, al di là di ogni considerazione personale sulla giustizia o meno della condanna, l’art. 595 del codice penale, quello che riguarda appunto il reato di diffamazione, ha visto la luce grazie ad Alfredo Rocco, ministro della Giustizia del governo Mussolini. È superfluo ricordare che in quel ventennio la libertà di stampa e di opinione non erano sicuramente viste di buon occhio e non deve quindi sorprendere che, negli anni del regime, fosse stato previsto il carcere per i giornalisti “diffamatori”, o meglio per chiunque sollevasse obiezioni o critiche all’operato del governo di allora.

Dovrebbe invece destare qualche mea culpa nelle coscienze dei molti governanti succedutisi negli anni il fatto che, negli ormai quasi 70 anni dalla caduta del fascismo, ad oggi, alle porte del 2013, non si è mai proceduto ad una modifica della norma, andando a cambiarne il profilo sanzionatorio per adattarlo alla differente cultura che è venuta formandosi nel corso dei decenni ed alla società moderna, di cui libertà di parola, stampa e opinione sono cardini fondamentali.

Nessuno mette in dubbio che il prestigio e la reputazione di una persona debbano essere tutelati e nessuno nega che chi reca danno all’altrui reputazione, onore e/o onorabilità debba essere punito e riparare al danno commesso, ma la previsione del carcere per un tale reato appare una misura sproporzionata, oltre che anacronistica e fuori dall’idea di reinserimento sociale cui la pena deve mirare.

Più che pensare al pugno duro dei magistrati, i quali, se si va a vedere, altro non hanno fatto se non applicare la legge in vigore, nei limiti dei poteri loro attribuiti (se esercitati poi con buon senso o meno è una questione differente, sulla quale ognuno ha la propria opinione), verrebbe da chiedersi come mai si è dovuti arrivare alla condanna definitiva di un direttore di giornale per porre l’attenzione del legislatore su una norma che da sempre era sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno, a quanto pare, aveva visto o, perlomeno, reputata ingiusta.

Il risultato è che quella che dovrebbe essere (e sicuramente sarà) una modifica legislativa più che giusta ed augurabile in un paese civile, rischia di essere vista e considerata come un’ennesima legge ad personam, formulata appositamente per salvare dalla galera il direttore Alessandro Sallusti.

I lavori fremono ed il dibattito è un fiume in piena: ieri (il 24 ottobre) si era raggiunto un accordo al Senato tra i vari schieramenti, accordo poi smentito nella mattinata di oggi (25 ottobre), motivo per cui i lavori continuano.

L’accordo raggiunto ieri sembrava essere quello più auspicabile e logico (e, con ogni probabilità, il contenuto del ddl finale non potrà essere molto diverso) : niente carcere per chi diffama e sanzione massima di 50 mila euro; per i direttori di testate on line, rettifica, su segnalazione dell’interessato, del contenuto diffamatorio degli articoli pubblicati, mentre nessun obbligo di rettifica per i commenti; per la carta stampata, la rettifica dovrà uscire nella stessa pagina dell’articolo diffamatorio ed avere lo stesso spazio.

Purtroppo, la classe dirigente tende a perdersi nei particolari e nei particolarismi e, a volte, dimentica che della parziale depenalizzazione del reato di diffamazione ha bisogno il Paese tutto. Così accade che sul ddl ieri, prima dell’accordo, c’erano ben 138 emendamenti, tra i quali merita particolare attenzione, ma non per motivi di pregio, quello di Lucio Malan (Pdl), che di fatto mirava ad impedire di scrivere contro la Casta chiedendo condanne per chi parli male di Parlamento e istituzioni. Nella confusione della giornata del 24 ottobre, si distingue anche la proposta conciliativa del Responsabile Giustizia dell’Idv Luigi Li Gotti, che conferma la cecità di alcuni rappresentanti dei cittadini in merito alla questione del reato di diffamazione e della libertà di espressione e stampa e sottolinea come vi sia realmente chi vede la fattispecie come una questione privata per la salvezza del solo Sallusti, perdendo di vista l’obiettivo di civilizzazione di un paese democratico. Li Gotti, infatti, si è appellato al Capo dello Stato Napolitano:  “Se Napolitano concedesse la grazia a Sallusti sarebbe tutto risolto – dichiara in Aula – ed eviterebbe a noi l’imbarazzo di legiferare su temi così delicati in così poco tempo. Perché voi del governo – è l’invito che fa ai ministri presenti al Senato – non vi impegnate a chiederglielo?”.

Come detto, poi in serata sarebbe stato raggiunto l’accordo, smentito nell’odierna mattinata: il teatrino della politica continua a fare il suo amaro spettacolo anche quando il buon senso sembrava aver avuto la meglio.

Auguriamoci che cali presto il sipario con una soluzione adatta ai tempi in cui viviamo (che, si ribadisce, era già stata trovata), anche nella speranza di evitare all’Italia una becera figura agli occhi del mondo.

MOSE TINTI

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One Response

  1. Clarissa Maracci
    Clarissa Maracci at |

    complimenti per l'articolo!!!

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