Ieri i funerali di Morosini, in diecimila con lacrime e sciarpe

BERGAMO, 20 APRILE ’12- Ci sono momenti in cui lo sport sembra una pozione magica in grado di unire, far superare le barricate e creare una sola grande famiglia. Uno di questi momenti è la morte. La morte di un ragazzo, di un calciatore, di una persona schiva e seria. Siamo ormai abituati a calciatori ventenni che girano in Ferrari o vanno ad allenarsi in tuta e SUV spropositati, che vivono in un mondo dorato fatto di feste, veline e denaro, tanto. Piermario non era uno di questi. Era uno di quelli che viveva sottovoce; la sua voce si sentiva solo in campo, dove sapeva farsi rispettare. Per questo, forse, tutti lo abbiamo sentito come un fratello, un figlio, un amico in questi giorni di dolore e rabbia. Per questo, forse, ieri a Bergamo, nella Chiesa di San Gregorio Barbarigo – oltre ai vertici del calcio italiano e al CT Prandelli- erano presenti quasi diecimila persone, normali. E tantissimi tifosi, di tutte le parti d’Italia, con bandiere che si mischiavano insieme ai cori. Senza rivalità, senza divisioni. Sono arrivati quasi 200 pullman, provenienti da tutta Italia. Due maxischermi allestiti fuori dalla Chiesa, la cui capienza di circa 600 persone non bastava a coprire un decimo della folla. Maxischermii sono stati collocati nello stadio dell’Atalanti “Azzurri d’Italia”: i tifosi in lutto erano accomodati su due tribune centrali e nella curva nord, dedicata a Federico Pisani, calciatore nerazzurro deceduto in un incidente stradale (la Sud sarà intitolata a Morosini).

“Dolce amico mio, timido compagno mio, ripartiamo da te”: queste le parole toccanti con cui ha iniziato la sua omelia don Luciano Manenti.

Già, anche noi, ti ricorderemo così Piermario.

T.R.

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