Gli uomini del neolitico a Portonovo: reperti dal sapore di pane e di mare

di Luigi Burchiani)- Un panificio operativo all’alba della civiltà umana, vicino al mare di Portonovo. La prova del nove di insediamenti già stabili e organizzati oltre 5.000 anni prima di Cristo, in un’area, quella del Parco Conero, dove è noto che i nostri antenati hanno lasciato tracce ancora più antiche, che si perdono addirittura nel Paleolitico inferiore.

E’ recente la definitiva scoperta di strutture per la cottura di cibi, molto probabilmente il pane, e di altri reperti che stanno a testimoniare la presenza di una comunità sociale, nella zona appena sovrastante la bellissima baia della Riviera del Conero. Merito dell’ultima campagna di scavi, condotta da un’equipe di archeologi dell’Università La Sapienza di Roma, guidati dalle prof.sse Cecilia Conati Barbaro (Dipartimento Scienze dell’Antichità) e Alessandra Manfredini e col sostegno della Soprintendenza dei Beni Archeologici delle Marche. Già nel 1999 la stessa Soprintendenza, su indicazione dell’archeo-appassionato anconetano Giuseppe Barbone, aveva dato il via a sondaggi e rilievi da cui si ipotizzava un insediamento di era neolitica a Portonovo. Più tardi, nel 2006, sotto la direzione della dott.ssa Mara Silvestrini, si dispose lo scavo di trincee esplorative che portarono alla precisa localizzazione. Quindi, tra il 2011 e il 2012, le ricerche a fondo e l’emersione del sito. La docente e ricercatrice Conati Barbaro: “Abbiamo riportato alla luce 16 strutture in serie. Forni circolari di diametro variabile da 1 metro e 60 ad 1 metro e 80 cm rivestiti di argilla cotta, alcuni molto ben conservati”. Un’attività di scavo sistematica durata 4 settimane due anni fa, e ripresa per altre 3 nell’estate scorsa. Autofinanziata dall’ateneo romano su concessione del Ministero dei Beni e Attività culturali. Oltre ai forni, sono stati trovati residui di cereali d’orzo, manufatti in ceramica, selci scheggiate, macine, resti umani e animali. La Sapienza continua a studiarli assieme al loro contesto. Il ritrovamento è molto significativo, rappresenta l’importante salto tecnico-culturale delle prime comunità di agricoltori e allevatori. Non più quindi solo cacciatori-raccoglitori. Uomini in grado di produrre le loro basi alimentari e di addomesticare gli animali. La Conati Barbaro auspica che “oggetti e manufatti del ritrovamento possano in futuro ritornare nei territori del Parco del Conero”. Come? “Esposti e valorizzati presso la sede dell’ente Parco a Sirolo, ad Ancona nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Ovunque la Soprintendenza delle Marche lo riterrà opportuno”, risponde la docente de La Sapienza. La quale auspica anche una nuova campagna di scavi. E non solo: si dovrebbero organizzare laboratori; effettuare calchi riproduttivi delle strutture dei forni, che nel lungo periodo saranno vittime di un fatale deterioramento. “Sto cercando di reperire fondi presso la mia Università, sondando il Ministero per la Ricerca scientifica, valutando bandi europei. Per ingaggiare qualche tecnico, utilizzare un escavatore, insomma per riavviare il nostro lavoro basterebbero 10-15mila euro. Attendo risposte. Non perdo la speranza. Anche se, vista la crisi economica del Paese, la ricerca di finanziamenti per l’archeologia è in una situazione drammatica”. L’equipe de La Sapienza ritiene che “la portata di quello che si può ancora trovare celato da pochi centimetri di terra sia incredibile”. E chiede aiuto anche alle istituzioni del capoluogo marchigiano – Ente Parco, Comune, Regione, Soprintendenza – che potrebbero coinvolgere sponsor privati.

 

ANTICHE 200.000 ANNI LE TRACCE DEI NOSTRI ANTENATI SUL CONERO
I ritrovamenti più remoti nella zona del Conero risalgono al periodo del Paleolitico inferiore e sono ascrivibili alla cultura dell’Homo Erectus. Si devono ai primi saggi di scavi effettuati negli anni ’60 nella depressione carsica della zona Pantano, presso la stazione di trasmissione RAI, appena sotto la vetta del monte. Segni di attività umana antichi 200.000 anni. Poi anche il genere Homo Neanderthalensis ha lasciato, nei medesimi luoghi, testimonianze del suo passaggio nel tempo: risalgono al periodo Musteriano, dai 60mila ai 40mila anni fa. Molti i motivi per una presenza umana tanto antica e duratura in queste terre. II Conero rappresenta la sola altura sul mare Adriatico per centinaia di chilometri, un ovvio punto di riferimento protettivo quindi. Inoltre offre una natura ricca che, pare, avesse risorse idriche molto più abbondanti di oggi per permettere il sostentamento delle popolazioni paleolitiche di cacciatori-raccoglitori. Il Conero offre inoltre una straordinaria ricchezza minerale in selce. Materiale che sarà indispensabile per la fabbricazione di utensili resistenti, coi margini taglienti.

Restando sul Conero, dal periodo Musteriano gli archeologi sono costretti a un salto in avanti di circa 30mila anni. Nessun ritrovamento di segni di attività antropica in questo intervallo temporale. Un vuoto culturale apparente. Fino al VI millennio a. C. E alla scoperta del sito per la cottura di cibi e pane.

L.B.

TRATTO DA “L’URLO”.

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