G8 di Genova: 12 anni dopo cala il sipario giudiziario sui fatti della caserma di Bolzaneto

 

 LA CASSAZIONE CONFERMA 7 CONDANNE E 4 ASSOLUZIONI, RIDUCE L’ENTITA’ DEI RISARCIMENTI

 -di avvocato Valentina Copparoni

bolzanetoRoma, 23 giugno 2013- In questi giorni il mondo è con gli occhi rivolti all’Irlanda del Nord dove sono riuniti i rappresentanti dei governi delle otto principali potenze mondiali per il nuovo vertice G 8.
L’Italia e la storia del nostro paese, e forse non solo quella del nostro, non cancelleranno mai quanto successo in occasione di un altro G 8, quello di Genova del 2001. Oggi, dopo 12 anni, è calato il sipario anche sui fatti accaduti nella caserma di Bolzaneto durante quell’incontro internazionale. Si tratta di un sipario giudiziario che, però, non cancella ciò che è stato e tutti gli anni successivi di indagini e processi volti a ricercare la verità e la giustizia per quanto accaduto.

Le persone fermate ed arrestate durante i giorni della manifestazione di Genova furono in gran parte condotte nella caserma di Genova Bolzaneto predisposta come centro per l’identificazione dei fermati ed arrestati; secondo il rapporto dell’ispettore Montanaro, effettuato dopo un’indagine compiuta pochi giorni dopo il vertice, in quei giorni in quella caserma passarono 240 persone, di cui 184 tratte in stato di arresto, 5 in stato di fermo e 14 denunciate in stato di libertà.
La quinta sezione penale della Cassazione in queste settimane ha confermato il giudizio di appello: 7 condanne e 4 assoluzioni per le violenze nella caserma della polizia. Ridotta, invece, l’entità dei risarcimenti (come responsabili civili nel processo anche il Ministero della Giustizia, della Difesa e quello dell’Interno) riconosciuti ai 155 no-global vittime dei maltrattamenti e costituite parte civili nel processo. E’ stato repinto invece il ricorso della Procura generale di Genova relativo al fatto che l’Italia non ha ancora adottato il reato di tortura (non soggetto a prescrizione) sancito dalla Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del 1987 (leggi qui la proposta di legge per l’introduzione anche in Italia del reato d tortura – inserire link).Ora per l’effettivo ottenimento di quanto disposto a titolo risarcitorio dovranno incardinarsi separati procedimenti civili.
In particolare, sono stati assolti gli imputati Doria, Franco, Trascio e Talu. E confermate le condanne inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 a carico dell’assistente capo della polizia Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi), degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra (per lei la Cassazione ha ridotto la pena, assolvendola dal reato di minaccia). Pene confermate (1 anno) per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che hanno rinunciato alla prescrizione. 
“Ora ci attendiamo le scuse dallo Stato”. Questo il primo commento di Enrica Bartesaghi, presidente del comitato “Verita’ e giustizia per Genova”. “ Dodici anni fa quando abbiamo iniziato a dare il nostro contributo ai processi, non avrei mai pensato di arrivare a due sentenze (ndr Diaz e Bolzaneto) che confermassero le condanne, perciò mi ritengo soddisfatta”.

La questione del riconoscimento dei risarcimenti si è rivelata alquanto spinosa anche per la stessa Cassazione.Il sostituto procuratore generale di Cassazione, Giuseppe Volpe, nella sua requisitoria dell’8 maggio scorso aveva chiesto che venissero ridotte le statuizioni disposte in appello escludendo dagli aventi diritto le parti civili che non avevano presentato ricorso contro le 30 assoluzioni pronunciate in primo grado. Il procuratore Volpe aveva anche richiesto a conferma delle condanne e delle prescrizioni disposte in secondo grado e che venisse dichiarata infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata dalla Procura generale di Genova, sul mancato adeguamento dell’Italia ai principi della Convenzione europea che sanciscono l’imprescrittibilità di ogni reato commesso in violazione della norma che pone il divieto di trattamenti inumani e degradanti. 

Tutti i 44 imputati, ad eccezione degli assolti, rischiano anche sanzioni disciplinari da parte della Pubblica Amministrazione dato che la prescrizione del reato e l’eventuale indulto non impedisce tale applicazione.
La Corte di Cassazione ha, poi, anche il ricorso di Vincenzo Canterini, il funzionario di polizia ex comandante del VII Nucleo Sperimentale Antisommossa del primo Reparto Mobile di Roma, oggi in pensione, coinvolto nei fatti del G8 di Genova ed accusato di violenza privata e lesioni per aver spruzzato lo spray urticante in dotazione alle forze dell’ordine contro tre avvocati del Legal Social Forum durante i disordini. In appello i reati erano stati dichiarati prescritti, ma Canterini aveva fatto ricorso, rigettato dalla Suprema Corte.

I pubblici ministeri al processo contro le forze dell’ordine riguardo ai fatti della caserma Bolzaneto hanno parlato di persone costrette a stare in piedi per ore e ore, fare la posizione del cigno e della ballerina, abbaiare per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale, colpiti con schiaffi e colpi alla nuca ed anche lo strappo di piercing, anche dalle parti intime. Ed anche di molte le ragazze obbligate a spogliarsi e a subire commenti da parte di agenti presenti in infermeria. Secondo la requisitoria dei pubblici ministeri “i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti ed hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria specificando che soltanto un criterio prudenziale impedisce di parlare di tortura, certo, alla tortura si è andato molto vicini”.

La ricostruzione del processo

Il primo grado

Il 14 luglio 2008 si conclude dopo circa 180 udienze il processo di primo grado, con 15 condanne e 30 assoluzioni. L’accusa aveva chiesto la condanna di tutti e 54 gli imputati. In base alla sentenza, i condannati ed i ministeri dell’Interno, della Giustizia e della Difesa devono pagare anche circa 4 milioni di euro tra risarcimenti alle parti civili e spese legali. Non esistendo in Italia né all’epoca dei fatti né in quello della sentenza il reato di tortura, la Procura ha chiesto condanne anche per il reato di abuso d’ufficio anche se, come affermato dagli stessi pubblici ministeri, nella caserma di Bolzaneto erano state “inflitte alle persone fermate almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell’uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano ‘trattamenti inumani e degradanti’”.
Nelle motivazioni della sentenza, vengono elencati numerose violenze che risultano provate ai danni dei manifestanti trattenuti (tra cui alcuni di quelli provenienti dalla scuola Diaz): “lunghe attese prima di essere accompagnati ai bagni” al punto da doveri urinare addosso, “distruzione di oggetti personali”, “insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne [...], a quelli razzisti [...] a quelli di contenuto politico” e varie minacce, “spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle”, “percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali [...] inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli” anche senza motivo, l’obbligo di assumere posizioni scomode o vessatorie, anche nei confronti di manifestanti feriti, per lunghi periodi e senza motivazioni valide.

Nel testo delle motivazioni si legge che:

L’elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nel giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana e, segnatamente, a quella che ne costituisce la Grundnorme, la Carta Costituzionale, e in una particolare (e si spera irripetibile) situazione ambientale, hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini. »

Ed ancora:

purtroppo, il limite del presente processo è rappresentato dal fatto che, quantunque ciò sia avvenuto non per incompletezza nell’indagine, che è stata, invece, lunga, laboriosa e attenta da parte dell’ufficio del P.M., ma per difficoltà oggettive (non ultima delle quali, come ha evidenziato la Pubblica Accusa, la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso “spirito di corpo”) la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignoto”.

Il secondo grado

Il 5 marzo 2010 i giudici d’appello di Genova modificano la pronuncia di primo grado e dispongono 44 condanne per i fatti di Bolzaneto anche se solo per 7 condanne non si parla di prescrizione dei reati (che comunque non impedisce la condanna al risarcimento da parte dello Stato in favore delle parti civili per una cifra complessiva superiore ai dieci milioni di euro). L’avvocatura dello Stato, ritenendo eccessive le somme liquidate alle parti civili comprensive di spese legali, ne ha sospeso il pagamento facendo ricorso alla Corte di Cassazione per chiedere la sospensione delle condanne civili. Il ricorso, però, è stato rigettato.

La ricerca della verità e della giustizia per quanto accaduto in quei giorni del luglio 2001 è stato un percorso molto lungo ma necessario dovuto per tutte le vittime ma anche, come affermato con forza dai giudici, per la “dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria” e per la “fiducia della quale detti Corpi devono godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini”.

 

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