Focus: “Gli stupefacenti e l’uomo nei secoli”. 7^ PUNTATA: II PARTE.

LA CANAPA INDIANA NELLE CULTURE EXTRAEUROPEE.

Menzione dell’erba usata per plagiare gli Assassini è fatta anche nel “Decameron” di Boccaccio, nell’ottava novella della terza giornata. Per intrattenersi con la moglie, un abate faceva bere all’ingenuo marito Ferondo una pozione fatta con “una polvere di meravigliosa virtù avuta da un principe, il quale affermava quella solersi usare per lo Veglio della Montagna, quando alcun voleva mandare nel suo paradiso o trarlone”. Ma l’importanza della canapa nella vita dell’Islam non cessò: essa divenne l’erba dei fachiri grazie ai quali essi compivano le loro straordinarie prove. La leggenda narra che il capo degli Sceicchi, Haider, conobbe per primo la pianta di Kounab e ne masticò alcune foglie, ordinando ai suoi discepoli di non svelare quella scoperta a nessuno tranne che ai Fachiri. “Il Dio supremo – disse – vi ha svelato la virtù di questa foglia, in modo che l’uso che voi ne farete dissipi le preoccupazioni che oscurano le vostre anime e liberi i vostri spiriti da tutto ciò che può offuscarne la luminosità” (così come riportato da Takiy Eddin Makrizy, autore arabo del XV secolo). Nonostante le molte interdizioni che la pianta subì in Persia, Turchia e in Egitto, dove l’Emiro Soundoun ordinò di estirpare non solo la pianta ma anche i denti di chi l’avesse consumata, e nonostante gli sforzi delle potenze conquistatrici europee di bandirla nei paesi sottomessi, la Canapa restò sempre il grande stupefacente ad uso mistico dell’Islam e il suo impero di estese dalle Indie all’Asia centrale fino al Marocco. L’uso di una sostanza chiamata benji, simile alla canapa nell’aspetto e negli effetti, compare nelle intricate vicende narrate dalla bella Sheherazade nelle “Mille e una notte” dove veniva usata per addormentare i mariti e allo stesso tempo rinvigorire gli slanci erotici degli amanti. Nel mondo arabo la canapa era usata nelle pratiche spirituali del Sufismo e dei Dervishi, usate per sopportare le lunghe sedute di meditazione e sperimentare, nell’alterazione delle facoltà mentali, il kif, la felicità e il riscatto eterno attesi dal credente. Così come nell’Islam, anche in Africa un gran numero di popolazioni primitive ebbero in uso l’abitudine di fumare la canapa, mischiata o meno con il tabacco, per ottenere uno stato di evasione iper-reale. Le popolazioni che si possono annoverare tra quelle consumatrici della canapa sono alcune tribù della Liberia, della Costa d’Avorio, dell’Angòla e soprattutto dell’Africa Meridionale tra cui i Damara, gli Ottentotti e i Boscimani. I Ba-ronga, appartenenti alla stirpe Bantù, la coltivavano e la fumavano seccata in pipe a canna lunga. Essi avevano una bizzarra usanza: dopo averla consumata, intrattenevano un curioso combattimento, sputando per mezzo di canne bucate la loro saliva e disegnando per terra dei piccoli ruscelli che si andavano a intersecare, simbolo di due diverse armate che si andavano a intersecare. Coloro che riuscivano a compiere con la propria saliva le evoluzioni più complicate erano considerati i più abili strateghi. Presso una popolazione dell’Africa centrale, i Ba-Louba, si diffuse una vera e propria religione della canapa denominata “louboukou”, cioè amicizia. Questo nome risale al 1870, quando, sotto la spinta rivoluzionaria del capo Kalamba-Moukenge, agli antichi amuleti primitivi si sostituì la canapa (Riamba), come genio tutelare e guardiano del patto di fratellanza che reciprocamente legava i fedeli in una sorta di protocomunismo. Durante cerimonie religiose essi aspiravano il fumo da una grande zucca e si lanciavano in deliri profetici, danzanti e orgiastici. 

Print Friendly
FacebookLinkedIn

Leave a Reply