FOCUS: “Gli Stupefacenti e l’uomo nei secoli”- 7^ PUNTATA: I PARTE.

LA CANAPA INDIANA NELLE CULTURE EXTRAEUROPEE.
Per Cannabis intendiamo le preparazioni psicotrope derivate dalla Cannabis Sativa che possiamo raggruppare nelle tre principali categorie: marijuana (foglie ed estremità fiorite essiccate), hashish (resina seccata) e olio di hashish. L’uso della canapa cominciò probabilmente in epoca Neolitica, nei territori situati a sud ovest del Mar Caspio, nell’attuale Afghanistan. Da qui la canapa si sarebbe diffusa in Cina dove la sua utilizzazione è attestata nel rhyya, un testo cinese di botanica del 2007 a.c. Nel trattato di farmacologia risalente al leggendario imperatore Shen Nung, la resina di canapa era descritta come sedativo e panacea. Il testo indiano Atharveda indicava la canapa come elemento magico e medicinale. In India la canapa veniva considerata di origine divina, derivando dalla metamorfosi dei peli della schiena di Visnu; essa aveva numerosi epiteti tra i quali di vijahia (fonte di felicità e successo) e di ananda (che produce la vita). Era coltivata dai bramini negli orti sacri dei templi e veniva usata per preparare un infuso chiamato bhang, termine sanscrito che indica contemporaneamente la pianta e la bevanda favorita da Indra, che veniva bevuto in particolari occasioni sacre per favorire l’incontro mistico con la divinità e possedeva proprietà taumaturgiche. Una tradizione del buddismo mahayana racconta che nei sei stadi ascetici verso l’illuminazione il Buddha sarebbe sopravvissuto mangiando un seme di canapa al giorno. Lo storico più antico che segnala le proprietà della canapa è Erodoto che nel IV libro del “Storie” afferma che presso gli Sciiti cresceva una pianta chiamata cannabis, simile al lino, usata dai Traci per confezionare abiti e dagli Sciiti a scopi voluttuari, per abbandonarsi a certe loro pratiche tipiche. All’interno di una capanna ne bruciavano i semi provocando dei suffumigi inebrianti in occasione di riti funerari, per purificare i viventi dal contatto appena avuto con la morte. Le manifestazioni rumorose che seguono le loro crisi estatiche rappresenterebbero la prova dell’allontanamento dei loro corpi dallo spirito dei defunti. Gli Assiri bruciavano in modo simile all’incenso una sostanza che chiamavano Quounnabou, che sta a indicare la radice di canapa, mentre i Caldei e i Persiani la usavano per scopi terapeutici con il nome di Kanbun e Kenab. Tra i Greci non era molto usata anche se Dioscoride ne parla nella sua “Materia medica”, ricordando la sua utilità in campo tessile, gli effetti negativi dei suoi semi sulle prestazioni sessuali e l’effetto sedativo che essi hanno contro le infiammazioni, ma ne ignora completamente il potere psicotropo. Nel mondo islamico la canapa era molto conosciuta e considerata; gli arabi le diedero l’appellativo di hashish che significa “erba”. Essi ne avevano imparato l’uso dall’India, dalla Persia e dalla letteratura greca e ne inserirono tale sostanza nella loro Farmacopea, ma soprattutto ne fecero un uso rivolto alla ricerca di voluttà ed evasione. All’XI secolo risale la fondazione della setta degli Hashishin, ad opera di Hassan Ben Sabbah, un ribelle della dinastia dei Fatimidi. Questo, dopo essersi impadronito della fortezza di Alamont, a sud del Mar Caspio, ne divenne il capo con il titolo di Cheik-Al-Djebel termine che significa “il principe della montagna”, che i crociati tradussero come il “veglio della montagna”. Gli affiliati della setta, gli Hashishin (da cui il nostro “assassini”) gli giuravano obbedienza cieca, uccidendo crudelmente i suoi nemici, tra cui molti illustri personaggi cristiani (tentarono anche di uccidere l’imperatore Federico Barbarossa), con il ferro e col veleno. Il cronista Arnoldo Di Lubecca riporta che Hassan Ben Sabbah utilizzava l’hashish per assicurarsi il loro apporto incondizionato promettendo loro il possesso eterno della felicità estatica ottenuta artificialmente. Marco Polo fornì alcune interessanti informazioni sui sortilegi praticati dal veglio della montagna: faceva bere ai suoi sicari una bevanda che li faceva sprofondare in un sonno profondo, poi li portava in un giardino splendido pieno di giovani donne e quando si svegliavano spiegava loro che aveva potuto procurare questo assaggio della felicità del paradiso di cui avrebbe assicurato loro il godimento eterno, al solo patto che fossero disposti a seguirlo in ogni suo ordine. Il tossico che veniva loro somministrato era senza ombra di dubbio l’hashish. Hassan Ben Sabbah morì nel 1124 ma gli “assassini” continuarono la loro azione di violenza e morte fin quando verso il 1258, l’invasione mongola pose fine nello stesso tempo alle loro manovre criminali e al Califfato di Bagdad. CONTINUA DOMENICA PROSSIMA……

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