Focus: Gli stupefacenti e l’uomo nei secoli. 9^ Puntata – Dalla coca alla cocaina


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I PARTE. LE FOGLIE DI COCA. La cocaina è un alcaloide estratto dalla foglia delle piante di coca, le cui due specie principali sono la Eritroxylum Coca che cresce nei climi umidi della foresta tropicale delle Ande Peruviane Orientali (Perù, Equador, Bolivia) e la Eritroxylum Novogranatense, che cresce nelle zone montuose aride della Colombia e della costa caraibica del sud America; la coltura di questi arbusti è stata introdotta in India, a Ceylon e a Java. La parola “coca” deriva da kuka, il nome della pianta utilizzato dagli Incas in lingua quechua; è possibile però che la parola derivi dalla lingue di una popolazione Indios precedente agli Incas, gli Aymara, e significhi “pianta”. Infatti già nelle prime incisioni preincariche delle popolazioni andine, le figure umane sono sovente rappresentate con la guancia rigonfia per la pallina di coca. Fra gli Incas che abitavano il Perù, la foglia di coca assume una forte valenza religiosa: fino all’epoca precedente all’istituzione del culto del Sole, essa figura tra i Totems più venerati. Dopo l’istituzione dei nuovi riti mantiene il suo aspetto di sacralità e viene utilizzata nei sacrifici e, durante la grande festa del solstizio d’inverno, è offerta in forma di fumigazioni all’Alto Divino, il grande padre degli Incas. La religione del Sole impiega contemporaneamente anche una bevanda fermentata, una sorta di birra di mais, la chica. Nelle cerimonie Incas era utilizzata sia come incenso durante i sacrifici, sia come sacrificio stesso; durante il servizio divino i sacerdoti masticavano coca, ottenendo i favori e stabilendo un contatto con le divinità. L’uso di masticare foglie di coca era altresì diffusissima sia fra i sacerdoti e i capi, sia fra il popolo, come testimonia uno scritto di Garcilaso de La Vega, storico indio della metà del ’500: “gli Indiani del Perù la stimano molto e gli Spagnoli hanno provato i suoi usi in medicina…coloro che la tengono nella bocca hanno più forza nel loro lavoro e si sostengono tutto il giorno senza prendere alcun cibo; preserva da molteplici malattie , è molto buona per rinforzare i denti e placare i dolori. I medici la usano in polvere, è specifica per impedire alle piaghe d’infettarsi, dà forza alle ossa rotte, riscalda i corpi e guarisce le vecchie ferite in cui i vermi cominciano a nascere…”.

Amerigo Vespucci fu il primo a descrivere la masticazione delle foglie di coca in uso fra i popoli del Nuovo Mondo. Conquistadores spagnoli, spaventati più che altro dal magico alone di idolatria che circondava le foglie di coca, emanarono una serie di misure repressive destinate ad impedirne il consumo. Nella metà del XVI sec.il Concilio di Lima ne condannò l’uso presso le popolazioni indigene, in quanto manifestazione delle pratiche scimaniche e delle superstizioni degli Indios. Un decreto reale del 1569 ne dichiarò l’interdizione affermando: “la coca non è che un’idolatria e un’opera del Diavolo”. Ma tali divieti non riuscirono ad avere la meglio sulla radicata abitudine di masticare l’acullico, una pallina composta di una mistura di foglie di coca, calce e cenere vegetale, che si è mantenuta ancora oggi in queste zone e così la coca divenne Monopolio di Stato. I minatori del Cerro de Pasco mettono delle foglie di coca sui filoni metallici più duri, confidando che ciò li renda più facilmente lavorabili. Ancora oggi gli Indiani mettono nelle bocche dei propri defunti le foglie di coca, per garantire loro un’accoglienza favorevole da parte delle divinità dell’aldilà. L’esploratore Nordenskiold, durante una spedizione dei primi del ’900, constata fra gli indigeni della zona andina, l’esistenza di arcaiche commistioni fra pratiche pagane e il Cristianesimo importato dagli Spagnoli: secondo un’antica credenza sarebbe stata la Vergine Maria ad introdurre la masticazione della coca. Inoltre annovera una curiosa abitudine in voga tra gli Indiani Campas, e cioè quella di eliminare i vecchi, infermi e bambini deboli buttandoli nel fiume, dopo averli legati e zavorrati; contemporaneamente gli uomini gettavano in acqua foglie di coca e le donne rami e terra, augurando loro un buon viaggio. Interessante denotare il comportamento del “coquero”, il fedele della coca: egli dopo l’assunzione prova un desiderio di solitudine e di fuga dal resto del mondo. Alcuni come Baudin, tentano di individuarne la causa nel regime che gli Incas avevano instaurato: una sorta di Comunismo agrario di Stato, che rendeva tutti gli individui un mero ingranaggio della società. Questo incoraggiò l’evasione artificiale data dalla coca e favorì l’invasione del Perù del 1531, per mano di Francisco Pizarro e del suo manipolo di avventurieri senza scrupoli. La coca rimase allora l’ultima scappatoia di un popolo oppresso, che nell’ebbrezza tossica, prova l’illusione di ritrovarsi e di possedere se stesso. 

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