Feltrinelli 40 anni dopo la morte: tragico incidente o omicidio politico?

MILANO, 15 MARZO ’12 – Ieri ricorreva l’anniversario della morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli. Ma a 40 anni dalla sua scomparsa, ancora c’è chi si interroga se ad uccidere l’editore sia stata una tragica fatalità o se si sia trattato di omicidio politico. A sollevare inquietanti dubbi sulla sua fine, sarebbero una ferita ignorata e una perizia mai pubblicata. E la morte, dapprima attribuita alla drammatica esplosione della bomba che stava lui stesso preparando a Segrate, diventa ora giallo. Un giallo rimasto sepolto per 40 lunghi anni.
Giangiacomo Feltrinelli (Milano, 19 giugno 1926 – Segrate, 14 marzo 1972) era editore e attivista italiano. Fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e dei Gruppi di Azione Partigiana (Gap) nel 1970. A lui si deve la nascita di una delle prime organizzazioni armate degli Anni di Piombo. Da giovane si arruola nel Gruppo di combattimento di Legnano e partecipa attivamente alla lotta antifascista. Nel 1945 aderisce al Partito comunista, nel 1948 raccoglie materiale e documenti sul movimento operaio in Europa, sulla storia dell’illuminismo gettando le basi per la Biblioteca Feltrinelli di Milano, che ancora oggi è Fondazione. Benestante, illuminato e colto, nel 1954 fonda la Casa editrice: suoi primi bestseller di rilievo internazionale “Il dottor Zivago” di Boris Pasternàk (1956) e “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il primo libro della Casa editrice Giangiacomo Feltrinelli editore è l’autobiografia dell’allora primo ministro indiano Nehru. Una vita intensa di relazioni e di incontri che tracciano il suo percorso personale e di editore. Tra questi, va ricordato nel 1964 l’incontro con il leader della rivoluzione cubana Fidel Castro, che affida all’editore italiano l’opera “Diario in Bolivia” di Che Guevara. Il libro diventerà uno dei principali bestseller della Casa editrice.

12 dicembre 1969, strage di Piazza Fontana. Le forze dell’ordine presidiano l’esterno della Casa editrice. Feltrinelli teme un colpo di Stato di stampo neofascista, finanziava i primi gruppi di estrema sinistra e aveva contatti con i fondatori delle Brigate Rosse, quindi decide di agire in clandestinità.

La morte e le ipotesi. Giangiacomo Feltrinelli morì il 14 marzo 1972. Il cadavere fu rinvenuto dilaniato dall’esplosione di una bomba. Le ipotesi sulla sua morte si rincorsero per molto tempo. Allora si disse che l’editore milanese era morto per l’esplosione dell’ordigno che lui stesso stava preparando in un’azione di sabotaggio, ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate. Altri ipotizzarono che dietro la sua morte vi fosse la Cia in accordo con i servizi segreti. Solo il manifesto firmato da Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari sostenne la tesi dell’omicidio: “Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato”. Ma l’inchiesta condotta dal Pm Guido Viola smentì che la tesi dell’omicidio. Nel 1979 durante il processo contro gli ex appartenenti al Gap poi confluiti nelle Brigate Rosse, emerse che Feltrinelli era morto combattendo, cioè si sostenne la tesi dell’incidente durante la costruzione della bomba.

Il mistero si infittisce però con la ricostruzione degli ultimi istanti di vita dell’editore. Feltrinelli (nome di battaglia “Osvaldo”) avrebbe raggiunto Segrate a bordo di un furgone con altri due compagni attivisti. Trasportava 300 milioni destinati al giornale “Il Manifesto” di Roma, dove avrebbe dovuto andare dopo l’attentato. Ma quei soldi non furono mai trovati. Un’inchiesta sulla morte di Feltrinelli fu condotta anche dalle BR (documenti ritrovati nel loro covo a Robbiano di Mediglia, nel Milanese), che interrogarono l’esperto di armi ed esplosivi “Gunter”, uno dei due compagni sul furgone di Feltrinelli e la mano stessa che avrebbe preparato l’ordigno che poi uccise l’editore. Gunter, di cui non si seppe mai il vero nome, è scomparso nel 1985. Oggi si riaffaccino nuovi dubbi e inquietanti domande sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli: una tragica fatalità durante la preparazione della bomba al traliccio di Segrate, omicidio o messinscena?

Oggi, 40 anni dopo. Nel corso di questi lunghi 40 anni sono cambiate delle cose. Innanzitutto gli atti dell’inchiesta, recentemente scannerizzati dal tribunale di Milano e quindi fruibili. Poi, sarebbero emerse perizie, carte, testimonianze, dichiarazioni, evidenze fattuali spuntate nel corso di altri processi. Elementi che portano almeno a sospettare che la morte di Feltrinelli potrebbe non essere stata solo una tragica fatalità, ma potrebbe essere stata un omicidio politico o addirittura una “messa in scena”, tesi quest’ultima mai vagliata sul piano giudiziario. La rilettura di tutti gli atti consente di confrontare le informazioni contenute nell’inchiesta sulla morte: la perizia d’ufficio è stata compiuta in senso unidirezionale, senza vagliare l’ipotesi che Feltrinelli possa essere stato aggredito prima dell’esplosione, legato al traliccio con l’ordigno e fatto saltare. A sostegno di questa tesi e quindi dell’ipotesi dell’omicidio, vi sarebbe una perizia completamente trascurata dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, la “relazione di consulenza medico-legale”, redatta dal professor Gilberto Marrubini e dal professor Antonio Fornari (il medico che ha dimostrato che Roberto Calvi non si suicidò, ma fu strangolato e poi appeso al Blackfriar’s bridge). Questo esplosivo documento, mai pubblicato e corredato da foto impressionanti, contesterebbe l’impostazione dei periti d’ufficio. Marrubini e Fornari rilevano una “grave e censurabile carenza di obiettivazioni iniziali” sul momento esatto della morte, la mancanza di “indagini che avrebbero dovuto essere condotte al momento e sul luogo del ritrovamento del cadavere”; la carenza degli “accertamenti che ai periti erano ancora consentiti, ma che comunque non furono praticati”. Inoltre i due periti insisterebbero sulla successione cronologica delle varie lesioni, che non sarebbero tutte ascrivibili all’esplosione ma sarebbero sfalsate nel tempo. Pertanto i due professori scrivono: “viene fatto di domandarci se antecedentemente all’esplosione non fossero intervenute altre violenze, traumatiche o di altra natura”. Insomma, secondo i due periti Feltrinelli fu aggredito prima dell’esplosione e smontano pezzo per pezzo l’esito della perizia d’ufficio, sostenendo che l’editore ancora in vita fu vittima di un violento pestaggio e poi fu trasportato vicino a quel traliccio, sul luogo della messa in scena. Dunque Marrubini e Fornari invitano a rivedere i risultati della perizia d’ufficio. Altro inquietante dettaglio, oltre alla cronologia delle ferite, sarebbe quello delle mani dell’editore: nonostante l’esplosione erano pressoché intatte, quasi che Feltrinelli fosse stato legato, con le mani dietro la schiena, alla traversa del traliccio. Se l’editore fosse esploso armeggiando con l’ordigno, le mani avrebbero dovuto essere amputate dallo scoppio o quanto meno dovrebbero essere state maciullate dalla deflagrazione.

I servizi segreti. E’ stato accertato che le attività eversive di Feltrinelli fossero seguite e controllate dai Servizi Segreti di vari Paesi, tanto che la famiglia Feltrinelli ha acquisito i rapporti della Cia, ormai declassificati, sul loro congiunto dopo la morte. Più di recente si è scoperto che l’ufficiale dei carabinieri incaricato delle indagini sulla morte di Feltrinelli – il maggiore Pietro Rossi – era in realtà l’uomo di collegamento tra l’Arma e il Sid (Servizio Informazioni Difesa) ed era membro del super servizio segreto denominato “L’Anello”. Sarebbe stato inviato apposta da Padova a Milano per occuparsi dell’inchiesta su Feltrinelli. Nel 1978 il maggiore Rossi diventerà addirittura capocentro del Sisde a Milano. A 40 anni dalla morte di Feltrinelli si apprende che i giudici incaricati allora di condurre l’inchiesta sulla morte dell’editore furono cambiati in corsa e che vi sarebbero state addirittura pressioni sulla magistratura inquirente da parte dei carabinieri guidati dal generale Palumbo (il cui nome spunterà poi negli elenchi della P2).

A uccidermi sarà il Mossad”. L’amico ed ex partigiano Giambattista Lazagna sapeva che Feltrinelli temeva per la sua vita. Gli avrebbe confidato “a uccidermi sarà il Mossad”. Come è emerso da recenti ricerche, il Mossad in quegli anni era attivissimo in Italia, con attività che comprendevano anche il killing di veri o presunti nemici di Israele. L’intelligence israeliana si infiltrò nel terrorismo rosso e nero. E il Mossad disponeva persino di una unità operativa a Milano. Il generale Gianadelio Maletti del Sid avrebbe dichiarato alla stampa l’ipotesi che vi sia il Mossad (esperto nel far saltare in aria i terroristi) dietro la morte di Feltrinelli. Anche secondo il capo dell’Ufficio Affari Riservati Federico Umberto D’Amato, quell’editore milanese era un obiettivo da eliminare.

TALITA FREZZI

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