Eutanasia: aumentano le richieste in Olanda e la Svizzera non ferma il ‘turismo del suicidio’

AMSTERDAM, 27 SETTEMBRE ’12 – Olanda, Belgio, Lussemburgo, Svizzera e lo stato americano dell’Oregon. Sono questi i Paesi della “dolce morte” ossia dove è consentito il suicidio assistito per malati terminali che chiedono espressamente di morire per il troppo dolore. Numeri alla mano in Olanda si registra un picco dei casi: rispetto al 2011 sono ben 559 in più i casi di eutanasia assistiti da medici, il 2.7% dei decessi totali a fronte del 2.3% dell’anno prima. Non è semplice dare una spiegazione a questo incremento, probabilmente l’età della popolazione è aumentata, oppure si sono radicate altre convinzioni etiche o ancora c’è più accuratezza nei rapporti con i medici. A proposito di eutanasia, è notizia recente che il parlamento svizzero ha bocciato una proposta volta a circoscrivere il suicidio assistito agli stranieri, le cui richieste sono peraltro in calo. Simonetta Sommaruga ha confermato che dai 199 cittadini stranieri del 2006 si è passati ai 97 del 2010, si tratta per lo più di francesi, tedeschi e britannici. Una decisione quella del parlamento in linea con il referendum dello scorso anno a Zurigo dove la popolazione aveva espressamente chiesto di non fermare il cosiddetto “turismo del suicidio”. In Svizzera la pratica è consentita sin dal 1941 e considera la depressione tra le cause della richiesta di morire. L’assistenza può essere anche di personale non medico purché alla base non vi siano interessi economici.

ELEONORA DOTTORI

D: Riflessione sull’eutanasia in Italia nel nostro sistema giuridico.

R: In Italia l’eutanasia non è disciplinata in maniera autonoma dalla legge, ma deve intendersi come vietata. Applicare la “dolce morte” ad una persona è assimilabile all’omicidio volontario, che l’art. 575 codice penale punisce con la pena non inferiore a 21 anni. Se il colpevole dovesse dimostrare che vi era il consenso della “vittima” si tratterebbe pur sempre di omicidio del consenziente, che l’art. 579 punisce con una pena da 6 a 15 anni di reclusione.

Il codice penale prende invece in considerazione l’ipotesi del suicidio, punendo con l’art. 580 l’istigazione o l’agevolazione al suicidio (pena da 5 a 12 anni).

Il rifiuto della cura, invece, anche in Italia non è assimilabile ad un suicidio, ma rientra nei diritti della persona, come insegna il caso Welby.
Il problema, come invece emerso nel caso Englaro, sorge quando l’interruzione di ogni forma di trattamento medico o di supporto deve avvenire nei confronti di un soggetto in totale stato di incoscienza. Teoricamente il medico dovrebbe comunque proseguire le cure in assenza di una consapevole espressione della volontà del paziente, entro il limite del c.d. accanimento terapeutico. Quando si raggiunge tale limite non è facile stabilirlo. Spetta al buon senso del medico e dei familiari, o ad una sentenza come invece affermato dal caso Englaro.
Per anni si è discusso in Italia di come stabilire preventivamente dei limiti al diritto alla cura, normando il cd. “testamento biologico”. La ratio di tale istituto sarebbe consentire a chiunque di disporre del proprio trattamento terapeutico qualora si venisse a trovare in stato di incoscienza, ad esempio escludendo preventivamente il ricorso all’alimentazione forzata.
Ma il 12 luglio 2011 la Camera ha approvato il DDL sul “testamento biologico”, che per il varo definitivo dovrà essere votato dal Senato, presso cui al momento pende la discussione in commissione Sanitò. I punti principali sono due: le dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) non vincolano i sanitari e viene esclusa la possibilità di sospendere nutrizione e idratazione, tranne che nei casi terminali. Inoltre, i DAT sono applicabili solo se il paziente ha un’accertata assenza di attività cerebrale.

D: E cosa succede invece negli altri paesi europei?

R: L’eutanasia è disciplinata solo in Olanda. Dal 1994 l’eutanasia cessò di essere perseguita penalmente, pur rimanendo un reato. Nel 2000 i Paesi Bassi divennero il primo Paese al mondo a dotarsi di una legge che regolamentava l’eutanasia e dal 2002 la legge è in vigore. La normativa non stabilisce tanto un “diritto” all’eutanasia, quanto una serie di requisiti in base ai quali il medico che pratica l’eutanasia viene considerato non punibile. Parliamo di “eutanasia attiva” perché viene “attivamente” praticata (con medicinali, per esempio) e si distingue da quella “passiva”, in cui si ha la sospensione di trattamenti medici ormai inutili. Perché però il medico non sia punibile nel caso di eutanasia attiva, occorre che vi sia richiesta esplicita del paziente. La legge olandese stabilisce, nel secondo capitolo, i “requisiti di accuratezza” che rendono non punibile l’eutanasia o l’assistenza al suicidio, se praticate da un medico. Invece in Svizzera è consentito il suicidio assistito attraverso l’opera di un’associazione privata che si chiama “Dignitas”. Molte persone si rivolgono a tale struttura per evitare i divieti previsti nei rispettivi paesi di origine, come accaduto a Lucio Magri.

AVV.TOMMASO ROSSI

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