Denuncia del Papa: “I devoti della Dea Tangente frenano il Paese”

PER IL PONTEFICE LA CORRUZIONE E’ UN PECCATO CHE NON PUO’ ESSERE PERDONATO

di avv. Tommaso Rossi (Studio Legale Rossi-Papa-Copparoni)

60 miliardi rubati allo Stato Italiano all’anno, secondo le stime della Corte dei Conti.
Ma tra le mille voci della politica silenti e complici, l’unica che si alza forte, con rabbia, è quella di Papa Francesco.
Ancora una volta, un rivoluzionario.  «Il peccato si perdona, la corruzione non può essere perdonata». Parole pesanti, come macigni. «La corruzione puzza. Odora di putrefazione».

Il Presidente della Corte dei Conti Salvatore Nottola ricorda che il sistema corruttivo italiano fa impennare del 40% il costo delle grandi opere. Un’affermazione raccolta dalla Cgia di Mestre che, partendo dai 233,9 miliardi di euro del programma delle infrastrutture strategiche 2013-2015, redatto dal governo Monti, ha calcolato che su questi lavori le tangenti peserebbero per 93 miliardi di euro in più. L’equivalente di quasi 6 punti di Pil. Gravando su ogni cittadino italiano per 1.543 euro».
Transparency, l’organismo internazionale che misura la percezione della corruzione nel mondo, sciorina numeri da far paura.All’epcoca di Tangentopoli l’Italia era tuttavia al 33° posto della classifica dei Paesi più virtuosi, oggi siamo al 72° posto in una discesa costante e veloce anno dopo anni. Otto posizioni sotto il Ghana, con tutto rispetto.

I dati ufficiali del ministero della Giustizia, poi, tagliano le gambe ad ogni speranza di miglioramento e lasciano pensare ad un Regno di Biancaneve che non c’è, purtroppo, nella realtà. Dal 1996 al 2006 siamo passati in Italia da 608 a 210 condanne per peculato; da 1159 a 186 per corruzione; da 555 a 53 per concussione; da 1305 a 45 per abuso d’ufficio. Il sistema ha deciso di tollerare la corruzione, smettere di pensare di sconfiggerla, istituzionalizzarla. Dei pochissimi condannati per reati di corruzione, il 98% se l’è cavata con meno di due anni di reclusione, in piena “zona sospensione condizionale”! Tradotto, neanche un giorno di carcere. In America, tanto per fare un esempio l’ex governatore dell’Illinois Rod Blagojevich, passato agli onori della cronaca per aver cercato di vendersi il seggio di senatore lasciato libero a Chicago da Barack Obama, è stato condannato a quattordici anni!

Ancora una volta Papa Bergoglio con le sue parole va molto oltre il “coraggio” dei politici, prova a sferzare un sistema che ci sta condannando alla povertà. Povertà morale, ma non solo. E’ questa la novità del messaggio del Papa: non solo condanna dal punto di vista religioso, ma anche da quello puramente terreno. La corruzione è un freno alla società, una palla di piombo che fa precipitare gli Stati nella povertà, frenando investimenti esteri ed interni, e quello sviluppo che fa rima con benessere.

Proviamo un po’ a ripercorrere il quadro giuridico italiano.

- Il reato di Concussione, prima e dopo le modifiche.

La concussione, prevista originariamente dall’art. 317 c.p., puniva il pubblico ufficiale (chi esercita una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa, disciplinata da norme di diritto pubblico)o l’incaricato di pubblico servizio ( chi presta un pubblico servizio) che, abusando della sua qualità, costringe o induce taluno a dare o promettere, a sè o a una terza persona, denaro o altra utilità. Il costringimento può essere posto in essere con violenza o minaccia, mentre l’induzione viene intesa come attività dialettica volta al convincimento. Quindi, mentre nella concussione il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, abusando della loro qualità, costringono qualcuno a dare o promettere una qualche utilità, nella corruzione, invece, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio percepiscono l’utilità in seguito all’accordo con un privato.

La legge 6 novembre 2012 n. 190 (“Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione“) , ha suddiviso in due fattispecie il reato di concussione all’ art.317 c.p.. La concussione cd. costrittiva è rimasta all’interno della previsione  dell’art 317 c.p., ma limitatamente al pubblico uffciale, mentre la cd. concussione per induzione è confluita nel nuovo art. 319 quater c.p.

L’art. 317 c.p., secondo le modifiche apportate dalla legge 190/2012 adesso recita:« Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da sei a dodici anni. »

La fattispecie per costrizione all’art 317, ora prevede la sola ipotesi di condotta concussiva del P.U.

L’art. 319 quater (rubricato “Induzione indebita a dare o promettere utilità“) invece dispone:« salvo che il fatto costituisca più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da tre a otto anni. Nei casi previsti dal primo comma, chi dà o promette denaro o altra utilità è punito con la reclusione fino a tre anni. »

Il comma 2 dispone, quindi, per l’ipotesi prevista nel comma 1, la significativa novità della punibilità anche del privato.

- Poi c’è la corruzione, che può essere di due tipi:

La corruzione per un atto d’ufficio (art. 318c.p.): c.d. “corruzione impropria”. Ne risponde il Pubblico ufficiale o l’incaricato di Pubblico servizio che riceve, per sè o per un terzo,denaro o altra utilità, una retribuzione non dovuta o ne accetta la promessa per compiere un atto tipico del suo ufficio. La pena (che in questo caso, a differenza della concussione, si applica sia al corrotto che al corruttore) va da sei mesi a 3 anni. Nel caso di atto già compiuto (corruzione susseguente) la pena è della reclusione fino ad un anno . In entrambi i casi, non è consentito l’arresto in flagranza e si possono applicare solo misure cautelari non custodiali.

Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio(art. 319): c.d. corruzione propria. Ne risponde il Pubblico ufficiale o l’incaricato di P.S. che riceve, o accetta la promessa, per sè o altri denaro o altra utilità, per omettere o ritardare un atto del suo ufficio o per fare un atto contrario ai doveri del suo ufficio. La pena per il corrotto e per il corruttore va dai 2 ai 5 anni, e sono consentiti sia l’arresto in flagranza che la misura cautelare della custodia in carcere. E’ inoltre prevista l’aggravante (che importa un aumento di pena nel caso in cui il fatto ha per oggetto la stipulazione di contratti in cui sia interessata l’amministrazione alla quale il Pubblico ufficiale appartiene.

- Va poi analizzata l’istigazione alla corruzione: 

L’originaria formulazione dell’art. 322 c.p. disponeva che chiunque offriva o prometteva denaro od altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale , per indurlo a compiere un atto del suo ufficio, soggiaceva, qualora l’offerta o la promessa non fosse accettata, alla pena stabilita nel primo comma dell’articolo 318, ridotta di un terzo. Ai sensi del secondo comma, la pena di cui al primo comma si applicava al pubblico ufficiale che sollecitava una promessa o dazione di denaro od altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate dall’articolo 318. L’istigazione alla corruzione è una fattispecie autonoma di delitto consumato e si configura come reato di mera condotta, per la cui consumazione si richiede che il colpevole agisca allo scopo di trarre una utilità o di conseguire una controprestazione dal comportamento omissivo o commissivo del pubblico ufficiale, indipendentemente dal successivo verificarsi o meno del fine cui è preordinata la istigazione.

A seguito dell’entrata in vigore della legge 190/2012, il nuovo art. 322 c.p. recita: “Chiunque offre o promette denaro od altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, soggiace, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nel primo comma dell’articolo 318, ridotta di un terzo.
Se l’offerta o la promessa è fatta per indurre un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio ad omettere o a ritardare un atto del suo ufficio, ovvero a fare un atto contrario ai suoi doveri, il colpevole soggiace, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nell’articolo 319, ridotta di un terzo.

La pena di cui al primo comma si applica al pubblico ufficiale o all’incaricato di un pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di denaro o altra utilità per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri.

La pena di cui al secondo comma si applica al pubblico ufficiale o all’incaricato di un pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di denaro od altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate dall’articolo 319”.

- Recente novità legislativa è rappresentata dal “traffico di influenze illecite”. 

La L. n. 190/2012 introduce l’ nuovo art. 346 bis cp rubricato “Traffico di influenze illecite”, ai sensi del quale si prevede la punibilità, con la pena della reclusione da uno a tre anni, di chiunque, fuori del caso di concorso nei reati di cui agli artt. 318, 319 e 319 ter c.p., sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio, indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale, come prezzo della propria mediazione illecita, ovvero per remunerare il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio.

Il medesimo trattamento sanzionatorio si applica a chi, indebitamente, dia o prometta denaro o altro vantaggio patrimoniale.

La pena è aumentata, ai sensi del terzo comma, se il soggetto che indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale, riveste la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di un pubblico servizio. La pena è, altresì, aumentata se i fatti sono commessi in relazione all’esercizio di attività giudiziarie mentre, se i fatti sono di particolare tenuità, la pena è diminuita.

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