Dall’inferno al purgatorio: riparte da Senigallia la difficile sfida per la vera integrazione dei rifugiati

(di Marco Benedettelli) - Mohammed tiene le sue banconote piegate in una busta di carta. Sono 500 euro che lo Stato italiano gli ha lasciato come buonuscita. Consumati quei soldi, se la dovrà cavare con le sue sole forze per mangiare, viaggiare, trovare un tetto. Mohammed è uno dei 28.000 ragazzi attraccati a Lampedusa, in arrivo dalla Libia, fra luglio e settembre 2011, mentre imperversava la guerra. Dall’isola è stato trasferito in un centro di accoglienza delle Marche insieme ad altri 527 rifugiati. Come struttura di accoglienza gli è toccato in sorte l’Hotel Lori di Senigallia, un ex albergo che si affaccia sulla spiaggia e che da qualche anno si è trasformato in centro di accoglienza per migranti. Lì Mohammed ha vissuto per 18 mesi con altri 40 rifugiati come lui. Ma dal 28 febbraio scorso il piano di “Emergenza Nord Africa” è scaduto e l’accoglienza è terminata. Ora Mohammed e i suoi compagni dell’Hotel Lori sono in viaggio. “Prima di partire ho salutato i miei amici, abbiamo cenato insieme. Adesso punto verso Bologna e poi ancora più a nord. Ma in tanti qui non sanno cosa fare, dove andare”, spiega preoccupato. Ha in tasca un permesso di soggiorno per motivi umanitari, dovrà rinnovarlo entro un anno. Mentre scriviamo, sono rimasti solo 7 profughi al Lori. Cinque di questi – che stanno per vedersi riconosciuto lo status di rifugiati politici veri e propri – beneficeranno presto del Fer, il Fondo europeo per i rifugiati gestito dal Circolo Africa di Ancona, e quindi riceveranno un modulo abitativo e saranno inseriti in progetti di lavoro. Gli altri due, invece, hanno trovato lavoro a Senigallia, dove si fermeranno. Ci sono poi sei ospiti sistemati al Centro Caritas di Senigallia e coinvolti in un progetto di lavoro con una cooperativa. Durante l’emergenza la struttura diocesana ha accolto 11 richiedenti asilo.

L’Hotel Lori è salito alla ribalta delle cronache dopo un brutto episodio avvenuto a gennaio. Quando alcuni ospiti hanno quasi aggredito una delle responsabili della struttura e quindi in sei sono stati allontanati dalla Prefettura per essere poi accolti dal Centro Caritas della città. Il caso del Lori finisce in Consiglio Comunale.Seguiti dagli attivisti di Arvultùra e da altri cittadini legati al mondo associativo ed al volontariato senigalliese,i rifugiati partecipano a una seduta, espongono uno striscione e leggono una lettera di protesta.

Nel cercare di comprendere le lacune che hanno caratterizzato l’accoglienza nel centro, si capisce molto sulla tenuta delle istituzioni italiane nella gestione dell’Emergenza Nord Africa. Il Lori è un ex albergo gestito da un nucleo familiare senza particolari qualifiche per l’accoglienza profughi. Per quasi due anni ha percepito 1200 euro al mese (45 euro al giorno) per ogni rifugiato accolto. Soldi che dovevano servire per fronteggiare l’emergenza. Ma il servizio è stato deficitario: è mancato fino a gennaio 2013 un mediatore culturale, per mesi ha latitato anche l’assistente sociale. E ciò nonostante nell’accordo fra Regione Marche e Hotel Lori, i responsabili della struttura si impegnavano a fornire tali servizi, direttamente o in subappalto. Settimana dopo settimana sono cresciuti disagio, rabbia e frustrazione fra i rifugiati, che hanno lamentato senso di abbandono e isolamento, scarsa qualità del cibo, mancanza di riscaldamento. Nel frattempo, per fortuna, una quindicina di loro ha potuto intraprendere percorsi di avviamento professionale grazie a dei tirocini attivati dal Comune di Senigallia. Va ricordato che l’inserimento lavorativo dei richiedenti asilo è una prassi che rientra nel “Vademecum per l’accoglienza dei profughi” approvato nel 2011 dalla Conferenza delle Regioni. Sette ragazzi hanno iniziato poi a seguire corsi di formazione professionale all’Istituto alberghiero Panzini di Senigallia. Altri frequentano classi di lingua, in tre hanno conseguito la licenza media. Ma l’Hotel Lori, appreso che i richiedenti asilo stanno usufruendo dei corsi, si rifiuta di saldarli. In ogni caso, i ragazzi si sentono ancora dimenticati. “Soffrono di disturbi del sonno, incubi, depressione. Sono fragili. C’è chi ha visto dei morti in acqua galleggiare. Avrebbero avuto bisogno di assistenza qualificata. Ho constatato che gli ex albergatori del Lori non sono in grado di darla”, spiega Margherita Angeletti, che per mesi è stata medico interno del centro ex Hotel.

Nessuno ha mai esaminato, fra i funzionari della Regione Marche, i curricula del personale coinvolto nei centri di accoglienza per accertare che ci fossero figure specializzate sui problemi dei richiedenti asilo africani. Né al Lori di Senigallia, né nelle altre strutture delle Marche. “Noi ci siamo fidati delle associazioni con le quali abbiamo stipulato le convenzioni. Sono loro che si impegnano a garantire i servizi”, si giustifica GiovanniRossini, responsabile del piano Emergenza Nord Africa nelle Marche fino al 31 dicembre 2012. “Di accertamenti ne abbiamo svolti, ma all’inizio, per verificare l’agibilità dei centri. Poi i miei tre collaboratori hanno fatto altre visite”.

Molte delle cooperative marchigiane che si sono fatte carico dell’accoglienza (come Gus, Perigeo, Casa Freedom) hanno fornito un servizio buono, in qualche caso ottimo, per i richiedenti asilo arrivati nelle Marche dalla Libia. La storia dell’Hotel Lori dimostra però che le istituzioni non hanno mai esercitato un’opera di controllo costruttivo con riunioni e report periodici, ispezioni efficaci, monitoraggi. In più mancano le rendicontazioni. Alle strutture marchigiane è stato chiesto solo di presentare la fattura dei soldi spesi, senza allegare un documento che riporta voce per voce come il denaro sia stato investito.

In tutta Italia al momento della chiusura del piano “Emergenza Nord Africa”, il 28 febbraio, soggiornavano ancora nei centri 13.000 ospiti che oggi, fatta eccezione per i “soggetti vulnerabili” (malati, donne e minori non accompagnati), sono tutti fuori. Il Governo ha aspettato il 19 febbraio per regolare la “exit strategy”, quando, con una circolare, ha assegnato ad ognuno dei profughi 500 euro di buona uscita e un permesso di viaggio. I soggetti vulnerabili vengono invece accolti nella rete Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) grazie a un altro stanziamento di 2,5 milioni di euro. Comuni ed enti locali hanno già protestato. Temono è che tutti questi fuoriusciti finiscano ora in carico ai loro servizi sociali. Secondo Oliviero Forti, responsabile della Caritas italiana migranti, la vera emergenza inizia adesso: “Già in questi primi giorni assistiamo a un fenomeno di ritorno. Molti dei rifugiati bussano alle nostre porte per chiederci aiuto. Non sanno dove andare, cosa fare. Cooperative, Caritas e Anci dovranno organizzarsi per prendersi di nuovo cura di loro”.

(ARTICOLO TRATTO DA “L’URLO”, marzo 2013)

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