Chi paga davvero il prezzo della crisi in Italia? I quattro milioni di giovani senza lavoro

ANCONA, 8 Ottobre 2012 – Ricordate quando da piccoli vi chiedevano, che cosa vorresti fare da grande? I più ambiziosi rispondevano “l’astronauta”, i più modesti “il meccanico”, i buoni invece “il pompiere”. Poi ti ritrovi a compiere un percorso prestabilito, ad incastonare le tue abilità dentro una serie di scatole preconfezionate, a dire il vero poco adatte a te. Ma ti dicono che quello è il percorso da seguire, se “vuoi diventare qualcuno”. E così passi anni ed anni a studiare, approfondire, tra test, esami ed esperienze formative. Lavorare? No, non se ne parla. Ti porterebbe fuori dal piano prestabilito che è stato costruito dal contesto sociale su di te. Un bel giorno poi, venuto fuori da questa serie di corsa ad ostacoli in cui ti hanno fatto indossare il paraocchi, arrivi al traguardo, il salto finale. Hai una laurea, sei nel mondo del lavoro. Purtroppo però, ti accorgi subito che c’è qualcosa di anomalo…dovrebbero chiamarti, visti i tuoi notevoli sacrifici. Dovrebbero prendere il tuo CV e complimentarsi con te. Invece ti chiedono, come mai non hai alcuna esperienza lavorativa. Come fanno a pagarti se non hai mai fatto quel lavoro? Allora stage non pagato. Va bene. Ma finito quello, c’è una lunga fila dietro di te. Perché dovrebbero pagarti se c’è un altro che lo fa a gratis? Mettono in dubbio la tua preparazione. Ti propinano qualsiasi cosa purché di continuare a spillarti soldi: corsi formativi, master, scuole di specializzazione, tirocini a pagamento. Finché ad un certo punto, inizi a pensare di andartene all’estero. Di lasciare tutto, a quasi trent’anni e di “ricominciare da capo”. Ti rendi conto che sei arrivato tardi al rinfresco, che si sono già mangiati tutto. Non c’è nulla sulla tavola “Italia”. Non ci mettono nulla. Le pietanze sono consumate direttamente in cucina. Ciò che è rimasto, sono poche briciole che vengono spazzate via da avvoltoi affamati e ben allenati alla lotta per la sopravvivenza. Così esterrefatto, cerchi una spiegazione, cerchi un modo per prendere parte a quel meritato buffet. E ti rendi conto che a cercare una spiegazione ci sono circa altri quattro milioni di coetanei nella stessa situazione.

I dati agghiaccianti sulla disoccupazione in Italia – E’ stata Repubblica pochi giorni fa a riportare alcuni dati agghiaccianti sulla situazione lavorativa del nostro paese. Poco tempo fa avevamo riproposto nel nostro giornale anche quelli dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. I “Neet” sono i “Not in Education or in Employment Training”, così classificati dall’Unione Europea, sono circa 2 milioni, nella fascia di età 15-29. Mentre sono 1 su 3 se si arriva ad anni 34 di età (3 milioni e duecentomila), corrispondente all’11% della forza lavoro presente nel paese. . Il 58 % dei disoccupati sono donne, con netta prevalenza al sud. Il 70% di queste dichiara di voler lavorare. Tuttavia, questo dato esclude tutti coloro che stanno effettuando lavori saltuari (co.co.co.) o stagionali, a chiamata, a progetto, tirocini non pagati. Dunque esclude una grande fetta di giovani che comunque non hanno alcuna certezza e alcuna prospettiva lavorativa. Che lavorano una settimana su quattro, non hanno contributi, fanno gli schiavi negli studi dei professionisti. Tale dato sommerso, se scoperto, porterebbe alla luce il trucido volto del mercato del lavoro italiano.

Che cosa fanno le istituzioni in proposito? – Certamente, l’allarme è partito dall’Unione Europea e dall’ILO, non certo dalle istituzioni italiane. Attraverso una serie di classificazioni statistiche si sono resi conto che in Italia, chi paga il prezzo della crisi, sono proprio i giovani. Tuttavia, è difficile mettere mano con la politica ad un fenomeno così maturo ormai. Certamente, alcune misure molto utili sarebbero state imporre all’Italia di accorciare il percorso di studi per concorrere con i coetanei europei, inserire tirocini obbligatori durante le università, equiparare davvero i titoli di studio in modo da rendere più facile il reperimento del lavoro all’estero. Ma soprattutto, sarebbe stato utile sanzionare, anche penalmente, lo sfruttamento del lavoratore – imponendo un salario minimo che permetta una vita “dignitosa” ed “autonoma”. Invece non è accaduto nulla di tutto questo. L’Italia, si è sempre comportata come ha voluto, rifiutandosi pedissequamente di rispettare i principi ispiratori del mercato del lavoro europeo. Flessibilità è diventata sinonimo di precarietà. Mobilità è diventata cassa integrazione. Formazione, una scusa per giustificare il lavoro non pagato. Nella forte speranza di far invecchiare un’intera generazione senza farla passare nel circuito del mondo del lavoro.

E i giovani ? – Ai giovani, dall’altra parte, sembra mancare la voglia di organizzarsi, di unirsi per ottenere ciò che vogliono. Il che non significa che non hanno voglia di emergere, ma comunque vogliono farcela da soli, in una logica individualista e altamente competitiva. Non hanno preso coscienza della realtà. Credono ancora che affidarsi alle proprie personali capacità li possa portare da qualche parte. Non hanno una visione d’insieme della realtà che li circonda, o comunque, si rifiutano di vederla. In questo sta il grande limite al cambiamento. La tutela dei diritti dei lavoratori, come insegnano 50 anni di storia, non può e non deve passare attraverso la protesta del singolo, che sarebbe inevitabilmente isolato e danneggiato personalmente. La creazione invece di un organismo a tutela dei giovani che abbia la forza di parlare con le istituzioni è ormai un fatto urgente ed improrogabile. Un’istanza supportata perfino dal ministro alle politiche giovanili, Giorgia Meloni , che ha affermato recentemente “ i giovani dovrebbero fare una class action per tutti i diritti che gli hanno negato le politiche degli ultimi decenni, dovrebbero ribellarsi contro una classe politica che è la più vecchia d’Europa che gli ha consegnato un paese vecchio dove chi nasce ha già un debito pubblico che gli pesa sulla testa. Se fanno una class action, e protestano, io sono con loro.”

CLARISSA MARACCI

 

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