Centri di Identificazione-espulsione choc: il Senato richiama la tortura

ROMA, 11 APRILE ’12 – Decine i casi non denunciati. Perché dentro alle mura di quelli che vengono definito CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) i pestaggi, gli armadietti pieni di psicofarmaci usati come terapie e quegli strani suicidi vengono filtrati dalla lente della povertà, dell’emarginazione, di chi è senza patria e senza documenti, quindi senza nome. Da Milano a Trapani, sono decine i casi ‘particolari’, casi che interessano anche i minori perché nei CIE arrivano anche loro, i bambini figli di qualcuno che nessuno sa, orfani di qualcuno che nessuno sa, vivi per scampo o per fortuna o per miracolo. La situazione denunciata dal Corrieredellasera.it è di pestaggi non denunciati per paura, infermerie dove le terapie farmacologiche sono a base di psicofarmaci e sedativi. E poi le morti, catalogate come suicidi. Ristretti in strutture più simili a carceri che a centri d’accoglienza, vi sono ristrette persone che hanno commesso illeciti amministrativi: ovvero, chi non ha il permesso di soggiorno per restare in Italia. Chi arriva senza documenti d’identità e viene bloccato. Ce ne sono attivi 12 in Italia. E il tempo massimo di permanenza in attesa del disbrigo delle pratiche burocratiche per l’identificazione che consente poi il rimpatrio può essere fino a un anno e mezzo. “Ma in questi centri – come denunciato dal Corriere – gli ‘ospiti’ sono come reclusi a tutti gli effetti, dietro sbarre alte sette metri e filo spinato, sorvegliati 24 ore al giorno da militari e agenti”. “Le condizioni nelle quali sono detenuti molti migranti irregolari nei CIE sono molto spesso peggiori di quelle delle carceri”: nell’ultimo rapporto della Commissione Diritti Umani del Senato si richiama la tortura, lamentando il fatto che non esista questo tipo di reato nel Codice penale italiano. Anche l’Onu, per bocca del comitato antidiscriminazioni razziali, esprime preoccupazione per i 18 mesi di detenzione. Secondo gli avvocati di alcuni ‘ospiti’ detenuti all’interno dei CIE, ospiti con dei segni di percosse, ospiti con lo sguardo perso nel vuoto, ospiti che si sono tolti la vita dopo pochi mesi all’interno di queste strutture, nei CIE avverrebbero inquietanti e inspiegati episodi: percosse e pestaggi da parte delle forze dell’ordine, somministrazione e abusi di psicofarmaci, cambiamenti impressionanti nei lineamenti e negli atteggiamenti di quelle persone. Ma nessuna denuncia. Secondo l’avvocato di un ragazzo indiano suicidatosi dopo sei mesi di ‘ospitalità’ nel CIE, “i reclusi hanno paura perché si confrontano ogni giorno con i poliziotti”.

Il progetto “Praesidium” e l’attenzione ai minori nei CIE.

Il Ministero dell’Interno e la presidenza del Consiglio sono stati citati in giudizio al tribunale di Bari dagli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci, che considerano il CIE “un carcere extra ordinem, non dichiarato, in cui numerosi cittadini provenienti da paesi extraeuropei sono detenuti senza aver mai commesso reati punibili con la reclusione”. La causa si basa su due perizie tecniche, di cui una del Comune, che documentano violazioni della dignità umana. Oltretutto, in questi centri finiscono anche i minori stranieri soli. Secondo quanto riportato dal Corrieredellasera.it, “sei sono rinchiusi nel centro “Milo” di Trapani, altri in quello di Brindisi dove li ha rintracciati Save The Children”. L’Organizzazione non governativa opera nel progetto “Praesidium” del Viminale, assieme all’Alto commissariato Onu per i rifugiati, la Croce Rossa e l’Oim. Accertata la minore età, i ragazzi vengono rilasciati ma intanto hanno vissuto per molti giorni l’esperienza della reclusione nel CIE, “dove sono frequenti gli atti di autolesionismo e le rivolte finalizzate alla fuga, poi represse con la forza”. Le organizzazioni del “Praesidium” svolgono anche attività di monitoraggio e verifica delle condizioni all’interno dei centri su tutto il territorio nazionale.

Il parere del Ministero per l’Interno.

Il prefetto Angela Pria, a capo del dipartimento Libertà civili e Immigrazione del ministero dell’Interno, nega che i Centri di Identificazione e di Espulsione siano strutture di detenzione carceraria, anzi sottolinea che non sono paragonabili alle carceri e vi sono garantiti servizi di assistenza alla persona come la mediazione linguistico-culturale, l’informazione sulla normativa sull’immigrazione, il sostegno socio-psicologico. Poi ci sono servizi di assistenza sanitaria. Su Bari c’è un giudizio pendente, l’udienza sarà celebrata a luglio.

TALITA FREZZI

 

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One Response

  1. Rosaria Di Bona
    Rosaria Di Bona at |

    NEI CUORI E NELLE MENTI DI QUESTI MALFATTORI NON ALBERGA NESSUN SENSO DI PIETA'! A CHI DOVREBBE RAPPRESENTARCI IN PARLAMENTO E ALLE FORZE DELL'ORDINE, ESECUTRICI DI QUESTI MISFATTI VA TUTTO IL MIO BIASIMO!

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