Cassazione: abbandonata all’altare, risarcite solo delle spese


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ROMA, 5 GENNAIO ’12 – Quanto costano i sogni distrutti di una felice vita a due? Quanto costa la promessa infranta di sposarsi e pronunciare il sì atteso da una vita? Quanto costa l’umiliazione di venire lasciati sull’altare di fronte alle madri, ai padri, ai familiari più stretti e agli amici? Non costano nulla. Lo ha deciso la Cassazione. E che questo ci renda indignati, arrabbiati o sorpresi, poco importa. Secondo il massimo grado della giustizia, la scelta del matrimonio deve essere libera fino all’ultimo istante prima di pronunciare il fatidico “sì” che ci legherà per sempre alla persona amata. Quindi, se la persona amata decidesse anche all’ultimo, senza premeditazione ne alcuna ragione logica di pronunciare invece un “no” o di darsela a gambe prima della domanda clou del sacerdote, non potremmo fargliene una colpa. Sarebbe un suo sacrosanto diritto, sempre secondo la Cassazione, cambiare idea e decidere di rompere la promessa di nozze, abbandonando il partner disperato all’altare. Ma affinchè oltre al danno non vi sia anche la beffa per il partner abbandonato, la Cassazione stabilisce che per questo c’è almeno il diritto al risarcimento dei danni materiali, ossia delle spese cosiddette vive, come l’abito che è simbolo del matrimonio stesso specie per le ragazze; le bomboniere, il banchetto nuziale per gli invitati che certo – dopo un matrimonio non celebrato e dopo le reazioni dei rispettivi parenti – non verrà consumato. Insomma, niente risarcimento per i danni morali provocati. La delusione, la figura amara e l’umiliazione in quel momento della vita non hanno prezzo.

TALITA FREZZI

D: In questi casi la richiesta di risarcimento danni da quella norma è regolata?

R: In tema di matrimonio è l’art. 81 del nostro codice civile a prevedere che la promessa di matrimonio fatta vicendevolmente per atto pubblico o per scrittura privata da una persona maggiore di età oppure risultante dalla richiesta della pubblicazione, obbliga il promittente (in questo caso il futuro e mancato sposo) che senza giusto motivo ricusi di eseguirla, a risarcire il danno cagionato all’altra parte per le spese fatte e per le obbligazioni contratte a causa di quella promessa. La norma prevede anche che il danno debba essere risarcito entro il limite in cui le spese e le obbligazioni corrispondono alla condizione delle parti.
Il medesimo risarcimento è altresì previsto dal promittente che per propria colpa ha dato giusto motivo al rifiuto dell’altro ma in ogni caso la domanda risarcitoria deve essere richiesta entro un anno dalla data del rifiuto di celebrare le nozze.
Insomma la recente sentenza della Suprema Corte (sentenza n. 9 del 2 gennaio 2012) ha applicato alla lettera il codice civile prevedendo a favore della mancata sposa solo il risarcimento del danno materiale ossia quello patrimoniale mentre ha escluso il ristoro di quello morale che invece altre pronunce della Cassazione in precedenza avevano riconosciuto. In particolare si è ritenuto che in questi casi non si possono applicare i princìpi generali in materia di responsabilità civile e quindi non può essere riconosciuto il danno in tutte le sue componenti (patrimoniale e non) perché, così argomenta la Corte, ciò comporterebbe un’inaccettabile coercizione alle nozze che invece, è una scelta che deve rimanere libera fino alla celebrazione.

AVV.VALENTINA COPPARONI

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