Caso Ilva, 53 richieste di rinvio a giudizio

PROSEGUE L’INCHIESTA DEI MAGISTRATI DI TARANTO PER DISASTRO AMBIENTALE

di Alessia Rondelli (praticante avvocato presso lo studio legale RPC)

TARANTO, 9 MARZO 2014- L’Ilva è una società per azioni del Gruppo Riva che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell’acciaio. Il più importante stabilimento italiano è situato a Taranto ed è recentemente salito agli onori della cronaca per il drammatico disastro ambientale causato. Ci si riferisce al problema dell’inquinamento causato dai fumi dei processi di lavorazione dell’acciaio, altamente pericolosi per la salute umana, in quanto composti da inquinanti cancerogeni. Si tratta di sostanze che, in certe quantità, diventano letali per l’essere umano, come in particolare la diossina, che ha portato alla necessità di effettuare svariate analisi chimiche ed epidemiologiche per calcolare l’incidenza nell’insorgenza di malattie tumorali fino a causare la morte. Le persone a rischio sono in primis i lavoratori, costretti a respirare tutto il giorno i fumi degli altiforni,  ma come anche quella parte di abitanti che vive nei dintorni dell’impianto, le cui case sono ormai diventate tutte di un preoccupante colore rosa a causa dei sedimenti di acciaio. La perizia epidemiologica si conclude con un’affermazione che sintetizza quella che è la situazione dell’area ionica: “L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte”. Un dramma che in realtà dura da decenni tra compromessi insostenibili per un ‘lavoro a costo della vita’ e che hanno portato un anno e mezzo fa ad aprire un’indagine presso la procura di Taranto  per disastro ambientale. E, dopo i primi arresti e sequestri di alcuni reparti, sono arrivate le 53 richieste di rinvio a giudizio (50 persone e 3 società) per coloro che sono stati individuati come i responsabili, a più livelli, del dramma, a firma del procuratore Sebastio, il procuratore aggiunto Argentino e i sostituti procuratori Buccoliero, Cannarile, Epifani e Graziano. Immischiate nello stesso calderone sia la politica che la grande industria, in un intreccio di relazioni a cui è davvero difficile venire a capo. Tra i rinviati a giudizio anche il governatore della regione Nichi Vendola, accusato di concussione, il quale però respinge fermamente le accuse: “Per decenni a Taranto nessuno ha visto niente e troppi hanno taciuto, io no. Per decenni gli inquinatori hanno comprato il silenzio e il consenso politico, sociale e dei media. Con regali, finanziamenti, forniture, subappalti e favori. Io no. I miei collaboratori no. Infatti non siamo accusati di corruzione. Siamo accusati di essere stati compiacenti, a titolo gratuito, nei confronti del grande siderurgico”. L’accusa per la politica è quella di aver dato sostegno a quella strategia industriale definita criminale, facendo finta di non vedere o al massimo predisponendo interventi blandi. Infatti chiamati a rispondere anche vari esponenti della politica locale: l’ex assessore regionale Fratoianni, l’attuale assessore all’ambiente Nicastro, l’ex presidente della provincia Florido ed anche il sindaco di Taranto Stefàno. Il patron della grande fabbrica, i figli ed i suoi collaboratori sono accusati di aver tramato nell’ombra aggirando gli investimenti per abbattere l’impatto ambientale in nome del profitto e a spese della salute dei cittadini. Oltre ai Riva, la richiesta riguarda vertici vecchi e nuovi dell’Ilva prima del commissariamento del giugno 2013, ovvero uno stuolo di dirigenti ed ex dirigenti, ad 11 dei quali è addirittura contestato il reato di associazione per delinquere finalizzata a disastro ambientale. Tra le imputazioni c’è anche quella di omicidio colposo per due ‘morti bianche’, nella speranza di riuscire a fare giustizia anche per i tanti altri lavoratori uccisi da quel folle ricatto ‘il lavoro o la vita’.

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