Carceri italiane: una inciviltà per un Paese civile. Intervista al Presidente di Antigone Marche.

ANCONA, 26 GENNAIO ’12Continua il viaggio di Fatto&Diritto nella realtà carceraria italiana. È notizia di qualche giorno fa la protesta di un gruppo di detenuti del carcere di Bolzano che ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Il penitenziario soffre il sovraffollamento e pertanto non è nuovo ad azioni di questo tipo. Bilancio dell’ultima protesta è stato di una guardia e tre detenuti ricoverati in ospedale e di sei celle distrutte. Abbiamo affrontato la questione con il presidente dell’Associazione Antigone Marche, Samuele Animali, che si occupa di tutela dei diritti sul territorio regionale, a partire da uno sguardo attento sull’esecuzione penale e sulle condizioni delle persone detenute.

Morti in carcere: il 2011 si è chiuso con dati allarmanti e il 2012 non è certo iniziato sotto i migliori auspici. Ma perché i detenuti compiono questi gesti estremi?

In effetti il tasso di suicidio in carcere è molto elevato. E’ un fenomeno che purtroppo coinvolge anche la polizia penitenziaria, ed anche questo è un particolare da tenere in considerazione per tentare di fornire delle spiegazioni. Il primo elemento rilevante è senz’altro l’affollamento. Gli istituti penitenziari sono di per sé luoghi nei quali si è costretti ad una convivenza forzata in spazi ristretti e tale condizione può risultare insostenibile. La situazione si aggrava, naturalmente, considerando che molte carceri italiane debbono custodire più del doppio delle persone per cui sono state progettate, Il tasso medio di sovraffollamento è del 150%, ma si tratta di una media:alcuni penitenziari, in realtà, sono molto più affollati della media (fin oltre il 250%), a fronte di altri dove invece questo problema è meno sentito per motivi strutturali (come ad esempio l’impossibilità di aggiungere letti nelle celle o ristrutturazioni in corso); per motivi giuridici (come la presenza di detenuti cosiddetti 41 bis, cioè necessariamente in isolamento); e ancora per ragioni territoriali (in alcune regioni ci sono pochi detenuti). Questo incide anche sulla possibilità di realizzare all’interno le attività previste dal nostro ordinamento, compreso il lavoro (non va dimenticato che ex art. 27 della Costituzione la pena ha una finalità principalmente “rieducativa”). Contemporaneamente gli agenti che si occupano della sicurezza (anche della sicurezza dei reclusi) sono sotto organico rispetto alle dotazioni ordinarie. Va poi considerato che vi è una presenza rilevante di persone con malattie fisiche o psichiche più o meno riconosciute: un buon 40% dei reclusi sono persone immigrate, e altrettanti sono i tossicodipendenti. Specie questi ultimi vivono problematiche spesso incompatibili con la reclusione. Anche la scarsità di risorse destinate al sostegno psicologico contribuisce, credo, ad aggravare la situazione. Vengono consumate elevate quantità di farmaci, specie antidolorifici, per ottenere effetti sedativi. Gli agenti di polizia penitenziaria imputano alcuni suicidi a errori fatali, in quanto il gas, i farmaci, i sacchetti sono talvolta utilizzati dai reclusi per ottenere qualche momento di “sballo”. 

Nel corso dell’inchiesta di Fatto&Diritto sulla realtà carceraria italiana si è parlato di amnistia, indulto ma anche di depenalizzazione di reati minori o punizione soltanto con sanzioni sostitutive e di investimenti strutturali di edilizia carceraria. Secondo lei come è possibile fermare la strage? 

Non credo che l’edilizia carceraria sia una soluzione ragionevole al problema dell’affollamento. In Italia vi è un gran numero di strutture carcerarie chiuse, o sotto-utilizzate, o non terminate; per problemi burocratici, tecnici, strutturali o anche semplicemente per carenza di personale. In un momento in cui le ricorse destinate al sistema carcere sono insufficienti e in ulteriore diminuzione. Si dovrebbe, quantomeno per coerenza, effettuare delle scelte volte a diminuire il ricorso alla pena della reclusione già a livello di codice penale, con un’ampia depenalizzazione dei reati minori o comunque che generano meno allarme sociale, un minore ricorso alla detenzione preventiva ed un maggiore ricorso a forme di sanzione penale alternative là dove possono essere adeguate (la detenzione domiciliare, ma anche pene pecuniarie, lavori socialmente utili, sanzioni a carattere interdittivo). Bisognerebbe inoltre far fuoriuscire dal sistema penale tutte quelle persone che vi entrano principalmente per motivi di clandestinità, di tossicodipendenza, di disagio psichico. I veri investimenti strutturali nel carcere sono quelli che riguardano il trattamento, che richiede spazi, personale adeguatamente formato, supporto di esperti, misure che agevolano il reinserimento sociale, sensibilizzazione del territorio. Va anche considerato che il carcere non è che l’ultimo elemento di un meccanismo che non funziona nel suo complesso: processi troppo lunghi riempiono il carcere di persone tecnicamente innocenti perché ancora in attesa di una condanna definitiva, oppure di persone che si vedono andare in esecuzione la pena a molti anni di distanza dal delitto che hanno commesso, vanificando del tutto la funzione della pena quando non anche determinando effetti controproducenti. Occorrerebbe dunque anche una riforma del codice di procedura abbinata ad una progressiva ri-funzionalizzazione dell’intera macchina della giustizia. In questo quadro misure quali l’amnistia e l’indulto mi sembrano importanti per evitare l’ulteriore degenerare della situazione ed indispensabili per poter impostare un più sistematico intervento sull’intero sistema. 

Perché siamo arrivati a questo punto?

A mio credere una precisa responsabilità va imputata ad una ideologia della “sicurezza” che ha grossa presa sull’opinione pubblica ed è stata ampiamente utilizzata dalla politica (senza sostanziali distinzioni di campo, con alcune lodevoli eccezioni…) e coltivata dai media. Su questo si innesta un consapevole uso del carcere quale discarica sociale, un uso che non richiede gli investimenti che invece sarebbero necessari per attuare politiche carcerarie più in linea con quanto previsto dalla Costituzione e dalle norme europee ed internazionali, volte al recupero delle persone che entrano nel circuito penale e comunque al rispetto della loro dignità come condizione imprescindibile della possibilità di una privazione della libertà personale. Di fatto il carcere non ha mai rappresentato una “priorità”, ed è difficile, e forse addirittura scarsamente tollerabile in alcuni settori della pubblica opinione, che lo diventi ora, in una fase di acuta crisi economica. 

Come si può mantenere elevata l’attenzione sulle morti nei carceri?

Bisognerebbe rendersi conto che quando si calpesta la dignità dell’uomo, ovunque ciò avvenga e chiunque sia quell’uomo, sono minacciati anche il fondamento dei nostri diritti e i valori della democrazia nel suo complesso. Per questo un’opera di sensibilizzazione ed un lavoro culturale sul significato e sulle condizioni del carcere non rappresentano un interesse “di nicchia”. Ancora non si riesce a cogliere a livello di opinione pubblica quanto sia aberrante e pericoloso che lo Stato, la comunità dei cittadini, non riesca concretamente a garantire la vita e la dignità delle persone che ha in sua custodia. Occorre dunque informare e riflettere su questa questione, a partire dalla scuola fino ad arrivare ai mezzi di informazione passando per la politica. Occorre poi che vi sia una forte presenza della società civile nel carcere, attraverso il volontariato, le visite ispettive, le iniziative nel carcere o per il carcere, non solo per una questione di controllo democratico di ciò che avviene dentro quelle mura, ma soprattutto per garantire il riconoscimento del carcere non come corpo separato ma come parte integrante della società. 

I dati.

Anno 2011 – Totale delle morti in carcere: 186
- per suicidio: 66
- per cause da accertare: 23 (in corso indagini giudiziarie)
- per cause naturali: 96
- per omicidio: 1
Età media dei detenuti morti: 39,3
Età media dei detenuti suicidi: 37,8
Suicidi:
- italiani: 45
- stranieri: 21
- uomini: 64
- donne: 2
Metodo utilizzato:
- impiccagione: 44
- inalazione gas: 12 (da bomboletta butano)
- avvelenamento: 6 (con farmaci, droghe, detersivi, etc.)
- soffocamento: 4 (con sacco infilato in testa, etc.)
Condizione detentiva:
- sezione “comune”: 46
- sezione “internati”: 10 (Opg 9, Casa di Lavoro 1)
- sezione “isolamento”: 4 (Isolati per disposizione dell’A.G.)
- sezione “protetti”: 3
- sezione “infermeria”: 2
- sezione “alta sicurezza”: 1
Posizione giuridica:
- condannati con sentenza definitiva: 28
- attesa di primo giudizio: 27
- condannati in primo grado: 3
- misura di sicurezza detentiva: 8
Istituti Penitenziari: numero suicidi, numero medio detenuti nell’anno e tasso affollamento
Torino: 4 suicidi, (1.650 presenti, 146% affollamento)
Padova C.R.: 3 suicidi, (840 presenti, 184% affollamento)
Genova Marassi: 3 suicidi, (760 presenti, 170% affollamento)
Bologna: 2 suicidi, (1.150 presenti, 220% affollamento)
Cagliari: 2 suicidi, (540 presenti, 157% affollamento)
Castrovillari (Cs): 2 suicidi, (285 presenti, 217% affollamento)
Livorno: 2 suicidi, (500 presenti, 175% affollamento)
Opg Aversa (Ce): 2 suicidi, (350 presenti, 135% affollamento)
Opg Barcellona P.G. (Me): 2 suicidi, ( 350 presenti, 80% affollamento)
Perugia: 2 suicidi, (370 presenti 165% affollamento)
Poggioreale (Na): 2 suicidi, (2.600 presenti, 160% affollamento)
In altri 40 Istituti: 1 suicidio ciascuno
Relazione tra frequenza dei suicidi e tasso di sovraffollamento
Il tasso medio di sovraffollamento a livello nazionale è pari a circa il 150% (circa 68.000 detenuti in 45.000 posti).

ELEONORA DOTTORI

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One Response

  1. Edizioni Angolo Manzoni
    Edizioni Angolo Manzoni at |

    Molto interessante l’intervento del presidente di Antigone – Marche. E impressionanti i dati della situazione nelle carceri italiane. Anche il ministro Cancellieri a Che tempo che fa, domenica, si è chiesta: "Mi domando come stando dentro non si possa uscire peggiorati". Abbiamo recentemente pubblicato il romanzo di Rossana d’Ambrosio intitolato proprio “Oltre l’attesa” che affronta, tra altri temi, una riflessione sulle Istituzioni totali – in primis il carcere – condotta con uno spirito propositivo.
    Infatti il romanzo si apre proprio con questa dedica: «Vorrei dedicare questo libro a chi trascorre la vita, per libero arbitrio o per costrizione, all’interno delle “istituzioni totali”. Chi si trova fra le mura di un carcere, sta compiendo un percorso che lo dovrebbe portare a una vita migliore. Auspico che questo percorso non sia gratuitamente doloroso, ma porti a una “guarigione” vissuta nel pieno della dignità e del rispetto dei diritti umani».

    http://www.angolomanzoni.it/libri/leggi/617/oltre-l-attesa-a-grandi-caratteri

    L’autrice è disponibile ad aprire un dibattito propositivo con l'apporto di nuove riflessioni, ma soprattutto ipotesi e soluzioni… anche perché davvero non c’è più tempo! In quanto editori abbiamo adottato “Oltre l’attesa” come vessillo di una battaglia per una situazione ormai andata al di là di ogni attesa.
    Edizioni Angolo Manzoni, Torino
    info@angolo manzoni.it

    Questa la Biografia di Rossana d’Ambrosio: Architetto, giornalista pubblicista, direttore dei trimestrali “Vivacemente” e “VivacementeDue”, mirati ai bambini (Premio Miglior Giornalino per ragazzi: nel 2006 per la Miglior Qualità Grafica e nel 2008 per il Contributo all’Educazione alla Salute e al Rispetto per l’Ambiente).
    Nel 2009 fonda il bimestrale “VivacementeTre”, distribuito nelle farmacie, con un focus specifico sulla terza età.
    Da sempre appassionata di scrittura, dopo vent’anni nel campo della carta stampata destinata ai bambini, entra nel mondo della narrativa per adulti con un realistico romanzo ambientato a Torino.
    http://www.vivacemente.it
    rossana.dambrosio@gmail.com
    http://www.facebook.com/rossana.dambrosio.torino

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