Calabria: la madre uccide il proprio figlio poi tenta il suicidio

CONCETTO DI IMPUTABILITA’ E VIZIO DI MENTE PER MALATI PSICHIATRICI AUTORI DI REATO (prima parte)

di Avv. Marusca Rossetti

opg9 marzo 2014- La vicenda è già tristemente nota. Daniela Falcone, 43 anni, ha ucciso suo figlio di 11 anni, Carmine De Santis, sabato 1° marzo dopo averlo prelevato da scuola.

Madre e figlio sono stati trovati dalla polizia nella zona della “Crocetta”, lungo la vecchia strada che collega Cosenza e Paola. Giunti sul posto, gli agenti hanno constatato che il bambino era morto per una profonda ferita alla gola. La madre, che ha tentato il suicidio dopo aver ucciso Carmine, è stata soccorsa dai medici del 118 e portata nell’ospedale di Cosenza in condizioni molto gravi.
Secondo le prime ricostruzioni, Daniela Falcone aveva litigato per tutta la serata di venerdì con il marito. La mattina dopo era andata a prendere il bimbo a scuola a Rovito, prima della fine regolare delle lezioni, e poi era scappata facendo perdere le sue tracce. A dare l’allarme era stato il marito della donna il quale, recatosi nell’istituto scolastico del paese alla fine delle lezioni, si era sentito rispondere dal personale che il bambino era andato via insieme alla madre che era passata a metà mattinata. L’uomo, allarmatosi, aveva denunciato la scomparsa della moglie e del figlio ai Carabinieri, raccontando subito del litigio avuto nella notte precedente. La donna, assieme al bambino, si sarebbe diretta, a bordo della sua utilitaria, verso Camigliatello Silano e lì sarebbe stato consumato il delitto. Il medico legale, che ha compiuto i primi rilievi sul cadavere del piccolo Carmine e gli inquirenti stanno cercando di ricostruire la dinamica dell’omicidio e del tentativo di suicidio da parte di Daniele Falcone: la donna, dopo aver ucciso il figlio colpendolo alla gola con un paio di fobici, ha tentato di impiccarsi con una cintura. Non riuscendo nel suo intento si è armata delle forbici usate per uccidere il figlio colpendosi a sua volta al collo e all’addome.

Daniela Falcone è stata descritta, da quanti la conoscono, come una persona equilibrata, tanto che parenti e conoscenti della donna non riescono a spiegarsi i motivi del drammatico gesto. Eppure qualcosa è scattato nella sua testa tale da innescare questa follia omicida.
La vita di Carmine, Daniela e del marito Francesco De Santis, di professione ingegnere, scorreva all’insegna di una serena normalità fino a quando l’uomo non ha rivelato alla moglie l’esistenza di un’altra donna e l’arrivo di un bambino frutto della loro relazione. A quel punto Daniela, impazzita dal dolore, potrebbe aver deciso di spazzare via tutto ciò che fino a quel momento aveva rappresentato la sua dimensione esistenziale.

«Ciò che si intravede in questa tragica vicenda – afferma il procuratore di Paola Bruno Giordano – è la dimensione egocentrica di Daniela Falcone. Nel momento in cui è stato messo in discussione il suo universo familiare, ha ritenuto di dover distruggere e annullare ciò che una donna, normalmente, per legge di natura, è portata a proteggere: suo figlio. Ci troviamo davanti a una personalità distorta e a un quadro probatorio gravissimo». La donna, piantonata nell’ospedale di Cosenza, non è in pericolo di vita e oggi avrebbe pronunciato le prime parole, dopo un assoluto mutismo durato quasi due giorni. Si tratta però di frasi che appaiono senza senso.

Per lei, ora, potrebbero aprirsi le porte dell’ospedale psichiatrico giudiziario come misura di sicurezza provvisoria(art. 206 c.p.) ed è assai probabile che il suo difensore possa invocare la non imputabilità dello stessa per vizio totale di mente. E qui si incardina il nostro approfondimento di questa settimana che, necessariamente, per la complessità dell’argomento, non potrà esaurirsi in un unico articolo. Quando si parla di imputabilità non si può non partire dall’analisi dell’art. 85 c.p.
Questo, infatti, stabilisce che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. E al secondo comma definisce come imputabile chi ha la capacità di intendere e volere.
Dunque, se è passibile di condanna solo il soggetto che sia imputabile, rilevare l’esistenza di un vizio di mente che escluda l’imputabilità vale a determinare la decisione di escludere la pena in favore del proscioglimento.Il nostro codice penale contempla diverse cause di esclusione di imputabilità: il vizio totale di mente (art. 88 c.p.), l’ubriachezza o l’assunzione di sostanze stupefacenti dovuta a caso fortuito o forza maggiore (artt. 91 e 93 c.p.), la cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti (art. 95 c.p.), il sordomutismo (art. 96 c.p.) e l’essere l’autore di un reato il minore di anni quattordici (art. 97 c.p.).
Il disposto dell’art. 88 c.p. prevede che non è imputabile, e come tale non sarà dunque assoggettabile ad alcuna pena, chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e volere.

Ma è possibile individuare con certezza quali siano i casi in cui la “malattia mentale” risulta di tale portata da intaccare la capacità di rappresentazione della realtà e di autodeterminazione dell’individuo, e quindi anche il presupposto della imputabilità costituito dalla capacità di intendere e volere?La psichiatria positivista, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, sosteneva che ciò era possibile perché riteneva di avere a disposizione tutti gli strumenti atti a individuare con certezza se un individuo era o meno capace di intendere e volere. Secondo la concezione che andò diffondendosi sul finire dell’ottocento, ogni comportamento personale era da ricondurre a un problema di fisiologia neuromuscolare per cui le malattie mentali si identificavano con malattie del cervello, o meglio, come malattie dell’organo cerebrale di associazione, il quale, se rilassato, provocava in un soggetto rappresentazioni e giudizi errati in contraddizione tra loro e con la realtà.
Ciò aveva condotto a tipitizzare e catalogare le malattie mentali cosicché qualunque stato di sofferenza psichica che non rientrava in nessuna di queste classificazioni non veniva considerata come malattia mentale. Non solo, perché se l’interesse principale veniva rivolto alla determinazione della riconducibilità o meno di determinati sintomi presentati dall’individuo a una o più categorie, l’attenzione per il malato stesso era andata scemando, considerandolo invece sempre più solo come un terreno su cui verificare se in concreto quanto era stato stabilito in teoria trovava o meno dei riscontri.

La crisi del concetto di capacità di intendere e volere relativo all’infermità mentale ha avuto inizio col venir meno dell’egemonia del positivismo e dell’organicismo: il tutto legato ai grandi passi in avanti effettuati dalla scienza psichiatrica che hanno messo in luce come non sia in realtà assolutamente possibile ricondurre “la portata della mente umana” a categorie, in relazione alle quali, se una determinata patologia vi rientra allora a questa consegue necessariamente un determinato grado di infermità che va ad inficiare in eguale misura la capacità di autodeterminarsi.
Stabilire oggi cosa sia l’infermità di cui agli artt. 88 e 89 c.p., risulta essere un problema praticamente irrisolvibile e per niente fittizio.
E pur essendoci stati tentativi di far venire meno la distinzione fra soggetti imputabili e non, sulla base dell’assunto che la psichiatria ora riconosce spazi sempre più ampi di libertà e capacità di autodeterminazione nell’individuo infermo di mente, le teorie abolizioniste sembrano oramai essere definitivamente superate.
Il concetto di imputabilità occupa una posizione centrale nel nostro sistema penale, perché oltre ad essere un principio costituzionale e categoria dogmatica del reato, è presupposto e criterio guida della sanzione penale, ed è dunque impensabile potervi rinunciare. Ma dare una definizione di imputabilità risulta sempre più difficile; ci si è accorti che la si definisce sempre in negativo e mai in positivo, facendo cioè riferimento ai casi in cui viene meno la capacità di intendere e volere, e quindi l’imputabilità, e non già dicendo in cosa consiste. Inoltre oggi si prospetta sempre con maggiore insistenza la necessità di “rinunciare alle tecniche di incriminazione orientate alle sole esigenze di prevenzione generale”(BERTOLINO M., Fughe in avanti e spinte regressive in tema di imputabilità, in Riv. it. dir. proc. pen., 2001, 3, p. 850) e di predisporre dei trattamenti che tengano conto più delle esigenze di assistenza e che siano più rispettosi dei diritti fondamentali costituzionalmente garantiti del malato di mente anche quando si è reso autore di reato.

Il legislatore del 1930 nel definire il “vizio di mente” aveva avuto a che fare con una concezione di “pazzia” per molti aspetti diversi da quella odierna. In primo luogo perché la psichiatria di allora era molto arretrata rispetto a quella attuale e impiegava nel trattamento del malato tutta una serie di interventi di per sé patogeni(come lobotomia, l’elettroschok, i letti di contenzione, ecc…), che non facevano altro che determinare una cronicizzazione della malattia stessa. In secondo luogo, poi, l’uso dei psicofarmaci era sconosciuto; inoltre, si era ricorsi ad una catalogazione astratta delle “malattie mentali”. Il legislatore del ‘30 aveva dunque affermato che il vizio di mente andava inteso come conseguenza d’infermità fisica o psichica clinicamente e patologicamente accertabile.
Successivamente i disturbi mentali vennero definiti come disarmonie dell’apparato psichico, in cui le fantasie inconsce raggiungono un tale potere che la realtà psicologica diventa, per il soggetto, più significante della realtà esterna; con la conseguenza che il concetto di malattia mentale sarebbe dovuto essere valutato in concreto e non con riferimento a classificazioni scientifiche enunciate in astratto, dal momento che essa ha una portata differente su ogni singolo individuo, compromettendone, più o meno pesantemente, le facoltà intellettive e volitive. Ma anche questo paradigma si è dimostrato con il tempo non in grado di spiegare certe anomalie psichiche(e precisamente quelle cd. di origine sociale), ed è entrato in crisi.
In realtà, tra i vari modelli che si sono avvicendati, non ce n’è uno che supera gli altri in determinatezza e certezza, questo perché la psicopatologia, insieme anche alla psichiatria e alla psicologia, o è troppo scientifica o lo è troppo poco. La Cassazione nel 2005 (Cass., Sez. Un., 25 gennaio 2005, Raso, in Cass. pen., 2005, p. 1851) ha finalmente fatto luce sul significato da attribuire al concetto di infermità di cui agli artt. 88 e 89 c.p., chiarendo, in particolare, se vi rientrino o meno “i gravi disturbi della personalità”.

 Ribadendo il concetto che tra i tanti paradigmi prospettati non ce n’è uno che possa assurgere a criterio guida, ha riconosciuto, piuttosto, a ciascuno di essi, una sua validità per cui, confluendo con gli altri, nei suoi aspetti più convincenti, a costituire un modello integrato(definibile come “bio-psico-sociale”), permette di valutare l’influenza che hanno, sulla malattia mentale, sia delle variabili psicologiche, quanto di fattori extra biologici, che possono essere psicologici o situazionali o socioculturali o transculturali.Dunque la psichiatria moderna riconosce che i disturbi della personalità possono avere incidenza sulla imputabilità, anche se in casi limite, ma questa incisività sulla imputabilità deve essere limitata ai casi in cui i disturbi atipici e della personalità in genere, siano tali da essere idonei a determinare, e abbiano di fatto determinato, nel caso concreto, un quadro psichico incontrollabile e ingestibile che rende l’autore incapace di esercitare il dovuto controllo dei propri atti e di autodeterminarsi liberamente.Dunque, ciò che conta non è la tipologia del disturbo, ma il risultato che esso comporta; ovvero è lo spazio di libertà residuo o l’assenza di libertà rispetto al fatto commesso, insieme con la criminogenesi e la criminodinamica del delitto stesso, che devono essere oggetto di valutazione al fine del giudizio di imputabilità.

Per cui, attualmente, il concetto di infermità mentale è inteso in senso più ampio rispetto a quello di malattia mentale. Ciò comporta che anche le reazioni “a corto circuito”, normalmente riferibili a stati emotivi e passionali e pertanto non qualificabili come condizione patologica, possono tuttavia porsi, in determinate situazioni, quali manifestazioni di una vera e propria malattia che compromette la capacità di volere. E, parimenti, nel concetto di infermità possono rientrare anche le “nevrosi e le psicopatie con elevato grado di intensità e con forme tali da integrare gli estremi di una vera e propria psicosi, purché si accerti l’esistenza di un effettivo rapporto con la violazione criminosa”(v. Cass., Sez. Un., 2005, Raso, cit.).

 

 

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